Terre Lontane
Alcuni Aggiornamenti
Pianeta gioviano in orbita attorno a una nana bianca 
Rendering del sistema di WD 1856(© Sky & Telescope)

Durante la lunga evoluzione stellare prima o poi avverrà che l'idrogeno, il principale combustibile nucleare che tiene in vita l'astro, si esaurisce. Brevemente: se la stella ha una massa simile a quella del Sole passerà dapprima attraverso la fase di gigante, per poi collassare definitivamente in una nana bianca, le cui dimensioni sono simili a quelle dei pianeti terrestri (ed è ovvio che durante la fase di gigante rossa i pianeti più interni verranno distrutti). Tuttavia, nuovi risultati ottenuti col satellite infrarosso Spitzer e col TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) mostrano che in alcuni rari casi la morte della stella non segna definitivamente la sua fine.
Lo scorso 16 settembre un gruppo di astronomi guidati da Andrew Vanderburg (università di Wisconsin-Madison) hanno annunciato di aver scoperto un pianeta, rimasto miracolosamente intatto, orbitante attorno a una nana bianca — denominata WD 1856 distante 80 anni luce nella costellazione del Draco — a una distanza talmente ravvicinata da compiere una rivoluzione in meno di un giorno e mezzo! L'unica spiegazione logica è al momento quella di supporre che il pianeta si trovasse in origine a una distanza almeno 50 volte superiore e che poi, per qualche sconosciuto motivo, sia migrato verso l'interno, compiendo una serie di orbite tortuose sino alla posizione attuale, assicurandosi su un'orbita stabile.
Come accennato nel titolo, il pianeta è probabilmente un gigante gassoso di dimensioni paragonabili a Giove. Ma ciò non esclude, a questo punto, che anche pianeti di dimensioni terrestri possano avere la stessa sorte. Tra l'altro, la composizione atmosferica di pianeti in orbita attorno a nane bianche potrà essere facilmente studiata dal James Webb Space Telescope, il cui lancio è previsto il prossimo anno, in quanto le loro dimensioni sono comparabili, se non addirittura superiori come nel caso di WD 1856b, con quelle della stella ospite, permettendo di conseguenza una migliore risoluzione angolare.
Da ultimo non si dimentichi che le nane bianche, sia pure con temperature iniziali che possono arrivare a 100.000°C, sono oggetti relativamente stabili, dal momento che il loro inevitabile e costante raffreddamento avviene in tempi lunghissimi, dell'ordine di parecchi miliardi di anni. Pertanto nella fascia di stabilità, ossia nel range di distanze nelle quali l'acqua può sussistere allo stato liquido, forme di vita potrebbero avere inizio.

Due super-Terre (o forse anche tre) 
Rendering del sistema di GJ 887(© Sky & Telescope)

Due super-Terre distanti appena 9 anni luce orbitano una nana rossa denominata GJ 887. Questi esopianeti appena scoperti saranno un bersaglio promettente per la prossima generazione di telescopi deputati a queste osservazioni.
Sandra Jeffers (università di Gottinga) e colleghi hanno scoperto la famigliola di super-Terre attorno a GJ 887 sfruttando l'oscillazione gravitazionale della stella indotta dai pianeti in orbita attorno a essa. Utilizzando lo strumento HARPS (High Accuracy Radial Velocity Planet Searcher) dell'osservatorio di La Silla in Cile, il gruppo di ricerca ha monitorato per tre mesi la nana rossa individuando la presenza di due pianeti: GJ 887b ha circa 4 volte la massa della Terra e orbita a una distanza di appena 0.07 UA compiendo un giro in 9 giorni; GJ 887c è ancora più pesante, quasi 8 volte la massa della Terra, e completa la sua orbita in 22 giorni alla distanza di 0.12 UA.
Entrambi i pianeti, pertanto, orbitano più che all'interno di quanto faccia Mercurio rispetto al Sole, ma pare si trovino comunque nella zona di abitabilità (che nelle nane rosse è molto vicina alla stella). L'acqua potrebbe esistere stabilmente sulla loro superficie, ma a meno che questi mondi non posseggano anche un'atmosfera in grado di mitigare il calore della stella, è comunque probabile che siano troppo caldi per ospitare la vita.
Sono stati individuati cenni anche di un presunto terzo pianeta, ma al momento la cosa rimane dubbia. Tuttavia, ciò che rende questo sistema così interessante è che questo sistema planetario è sorprendentemente stabile, in quanto le nane rosse — almeno la maggior parte di esse — sono spesso soggette a intensi flares di raggi X che potrebbero danneggiare forme di vita complesse. Ma GJ 887 pare sia relativamente inattiva.

Vapor d'acqua su una "super-Terra" 
Rendering del pianeta K2-18b attorno alla stella ospite (credit: ESA / Hubble / M. Kornmesser)

Il nuovo pianeta denominato K2-18b è roccioso, ma presenta un diametro pari a tre volte quello terrestre e una massa stimata tra 7 e 10 volte quella del nostro pianeta. Occorre ricordare che molti esopianeti denominati "superterre" si sono poi rivelati più simili a Nettuno, ossia gassosi; tuttavia questo pare che abbia una densità simile a quelle di Marte o della Luna.
Sinora i tentativi di misurare con precisione le atmosfere di queste superterre non hanno avuto molto successo, sia perché avvolti da formazioni nuvolose spesse, sia, al contrario, perché dotati di atmosfere molto leggere costituite da idrogeno ed elio e per di più senza caratteristiche apprezzabili. Alcuni di questi pianeti, poi, sono del tutto privi di atmosfera o di nubi, come nel caso dei 6 componenti del sistema TRAPPIST-1.
K2-18b è invece molto interessante, perché orbita nella zona di abitabilità di una nana rossa. Il periodo orbitale è di 33 giorni, ma la stella — meno della metà delle dimensioni del Sole — è decisamente più debole e fornirebbe la quantità giusta di calore per mantenere l'acqua allo stato liquido (uno dei requisiti fondamentali per la formazione di forme di vita). Inoltre, essendo situata alla distanza di ... appena 110 anni luce, è un ottimo candidato per ulteriori futuri studi della sua atmosfera.
I dati collezionati dai due team dell'università di Montreal e di Londra non sono al momento molto chiari, nel senso che non si sa quanta acqua è effettivamente presente e in quale forma. Non deve stupire, in quanto si tratta di analizzare con estrema precisione lo spettro dell'infima porzione di luce che filtra attraverso l'atmosfera del pianeta durante il transito sul disco stellare. Attendiamo quindi fiduciosi ulteriori sviluppi.
(Adattato da Sky and Telescope)

Nuovo pianeta attorno a β Pictoris 
Rendering del sistema di β Pictoris (© S&T)

Gli astronomi hanno annunziato la scoperta di un nuovo pianeta gigante appartenente al sistema di β Pictoris, una stella bianca di 4ª grandezza situata a una declinazione di -51° (e pertanto invisibile dall'Italia). Questo pianeta, nominato Beta Pictoris c sarebbe ben 9 volte più massiccio di Giove e avrebbe un periodo di rivoluzione pari a circa 3 anni e mezzo. La sua distanza media dalla stella madre è di 2.7 UA, praticamente la distanza alla quale è situata la fascia principale degli asteroidi; l'orbita è tuttavia molto eccentrica, per la differenza tra periastro e apoastro varia notevolmente.
Il nuovo pianete fa parte di un sistema già abbastanza affollato. La giovanissima stella, che ha un'età di appena 20 milioni di anni, possiede già un pianeta gigante — visto in osservazione diretta nel 2008 — situato alla distanza di 9 UA e avente una massa compresa tra 10 e 13 volte la massa di Giove. Inoltre il TESS ha individuato tre eso-comete sfreccianti attorno alla stella. Queste, con ogni probabilità, provengono dal nutrito disco di detriti (una sorta di ... esonube di Oort) che circonda β Pictoris, come schematicamente riprodotto nella → figura.
La nuova scoperta è stata possibile grazie a 10 anni di osservazioni spettroscopiche condotte dallo HARPS (High Accuracy Radial Velocity Planet Searcher) dell'osservatorio dell'ESO in Cile. Non si è tratto di un compito facile, in quanto gli astronomi hanno dovuto accuratamente sottrarre le pulsazioni proprie della stella in modo da discernere il debole segnale periodico prodotto dalla perturbazione gravitazionale del pianeta orbitante.
(Adattato da Sky and Telescope)

Tre mondi scoperti dal satellite TESS 
© NASA’s Goddard Space Flight Center

E' passato quasi un anno dalla prima scoperta di un esopianeta da parte del satellite TESS (acronimo che sta per Transiting Exoplanet Survey Satellite). Ad oggi la missione conta all'attivo almeno 270 "TOI" (TESS Objects of Interest) comprendenti per lo più esopianeti. A dare l'annuncio dei tre nuovi piccoli pianeti extrasolari scoperti dalla missione TESS è stato un team di astronomi fra cui Giovanni Isopi e Franco Mallia dell'osservatorio astronomico amatoriale di Campo Catino (FR). Si tratta di una scoperta rilevante che ha destato l'attenzione della comunità scientifica per diversi motivi. Come specificato sull'articolo comparso su Nature Astronomy il 29 luglio 2019, il telescopio spaziale ha rilevato, usando il metodo fotometrico del transito, tre piccoli pianeti orbitanti attorno a una stella denominata TOI-270, una nana rossa di classe spettrale M distante poco più di 70 anni luce e di massa pari a circa la metà di quella del Sole.
Il primo pianeta, denominato TOI-270b è una piccola super-Terra grande 1.2 volte il nostro pianeta e si trova molto vicino alla stella madre; presenta pertanto una temperatura superficiale molto elevata, per cui è improbabile che possa ospitare la vita. Gli altri due pianeti sono invece più grandi, ma di taglia "sub-nettuniana"; si spera che questo sistema stellare, grazie alle caratteristiche della stella ospite, possa offrire agli astronomi dati e informazioni interessanti relativi alla sua formazione.
(Adattato da astronomitaly.com)

Un pianeta "mostro" 
Rendering di NGTS-1b e della sua stella madre (immagine dell'Università di Warwick)

Un mostro cosmico delle dimensioni di Giove (e una massa solo il 20% inferiore) è stato individuato dagli astronomi e fa salire a oltre 3000 il numero di pianeti che popolano il cielo. Battezzato NGTS-1b, lo studio relativo è in fase di pubblicazione sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. In base alla teoria corrente sulla formazione dei pianeti, NGTS-1b, che orbita intorno ad una stella grande la metà del Sole, non dovrebbe esistere, almeno stando all'attuale teoria sulla formazione dei pianeti. Ecco perché la sua scoperta rappresenta un vero rompicapo per gli esperti.
NGTS-1b è distante 600 anni luce e orbita in poco più di due giorni e mezzo attorno a una stella madre di taglia ridotta. Per gli astronomi non è ancora chiaro come una stella tanto piccola possa aver attirato una quantità di materiale così grande da formare un pianeta enorme a distanza ravvicinata. La stella è infatti una nana rossa, una delle più comuni del nostro universo. «Prima di questa scoperta — ha spiegato a CBS News Daniel Bayliss del gruppo di astronomia e astrofisica dell'università di Warwick, nonché autrice principale dello studio — si riteneva che questo tipo di stelle potesse generare pianeti di dimensioni ridotte. Ed è questo il motivo per cui è stata una sorpresa scoprire questo pianeta». Gli astronomi hanno soprannominato NGTS-1b "Giove caldo", poiché la vicinanza alla sua stella madre, pari al 3% della distanza tra la Terra e il Sole, fa sì che la sua temperatura superficiale sia di circa 530 gradi. «Forse — ha continuato l'autrice — siamo stati semplicemente fortunati a scoprire qualcosa di molto raro. Oppure è possibile che non sia così raro e allora bisogna ripensare a come i pianeti si sono sviluppati. Magari la loro formazione potrebbe essere molto più semplice di quanto abbiamo sinora pensato».
(adattato da Sky tg24)

Scoperti 18 esopianeti di dimensioni simili alla Terra 
© NASA / SDO, MPS / Ren & # 233; Heller

Gli scienziati dell'Istituto Max Planck per la ricerca sul Sistema Solare (MPS), la Georg August University di Gottinga e l'Osservatorio Sonneberg hanno scoperto 18 pianeti di dimensioni terrestri che, date le loro dimensioni ridotte, le precedenti analisi avevano trascurato. Uno di questi, poi, è uno dei più piccoli finora scoperti, mentre un altro potrebbe riuscire ad offrire condizioni favorevoli per la vita. I ricercatori hanno rianalizzato una parte dei dati del Telescopio Spaziale Keplero della NASA, con un nuovo metodo più sensibile da essi sviluppato. Il team stima che questo nuovo metodo abbia il potenziale di trovare più di 100 pianeti extrasolari aggiuntivi all'interno dei dati di tale missione. Gli scienziati hanno descritto i risultati raggiunti sulla rivista Astronomy & Astrophysics.
I 18 pianeti appena scoperti rientrano nella categoria dei pianeti di dimensioni terrestri, il minore dei quali sarebbe grande circa il 70% della Terra; il più grande è poco più del doppio. Il fatto che non siano stati scoperti precedentemente è dovuto al fatto che gli algoritmi di ricerca impiegati non erano abbastanza sensibili. Sinora, infatti, nella ricerca di mondi lontani, gli scienziati hanno spesso usato il cosiddetto "metodo del transito", per individuare stelle con variazioni periodiche di luminosità: se cioè un pianeta orbita su un piano allineato con la visuale dalla Terra, esso occulta una piccola frazione della luce stellare mentre passa davanti alla stella.«Gli algoritmi di ricerca standard tentano di identificare bruschi cali di luminosità», spiega il Rene Heller di MPS, primo autore della pubblicazione, «ma in realtà un disco stellare appare leggermente più scuro sul bordo rispetto che al centro; quando un pianeta si muove davanti a una stella, nella fase iniziale blocca meno luce stellare rispetto a quando è a metà del tempo del transito», spiega.
I grandi pianeti tendono a produrre variazioni di luminosità profonde e chiare delle loro stelle ospiti, in modo che la variazione di luminosità dal centro a arco sottile sulla stella non giochi un ruolo importante nella loro scoperta. I piccoli pianeti, tuttavia, presentano agli scienziati sfide enormi, in quanto il loro effetto sulla luminosità stellare è così piccolo che è estremamente difficile distinguerlo dalle fluttuazioni naturali della luminosità della stella e dal rumore che necessariamente viene fornito con qualsiasi tipo di osservazione. Il team di René Heller è ora in grado di dimostrare che la sensibilità del metodo di transito può essere notevolmente migliorata, se nell'algoritmo di ricerca si assume una curva di luce più realistica.
(adattato da Astronomy and Astrophysics)

Il progetto ARIEL 
Rendering della sonda Ariel in orbita

E' supefacente sapere di vivere in un era in cui sono conosciuti migliaia di pianeti situati al di fuori del nostro Sistema Solare; ne vengono scoperti mensilmente di tutti i tipi. Ma alla fine, a cosa somigliano realmente questi mondi? L'ESA cercherà di rispondere a questa domanda lanciando, nel 2028, ARIEL (Atmospheric Remote-sensing Exoplanet Large-survey). Si tratterà di una missione della durata di quattro anni, durante i quali la sonda stazionerà nel punto lagrangiano L2, a circa 1.5 milioni di chilometri dalla Terra e riparato dal Sole ARIEL non sarà deputato a scoprire nuovi pianeti, ma si limiterà a compiere osservazioni di un migliaio di pianeti già noti che transitano sul disco delle loro stelle per cercare di definire le loro caratteristiche spettrali. La sonda sarà infatti equipaggiata con uno specchio primario da 1 metro e uno spettrometro calibrato sul vicino infrarosso per compiere queste osservazioni. Cercherà altresì di documentare la presenza di copertura nuvolosa, variazioni stagionali e cambiamenti di luminosità di questi mondi lontani.
«La natura fondamentale degli esopianeti è ancora qualcosa di misterioso per noi» afferma Giovanna Tinetti della University College di Londra, in un recente comunicato stampa «se saremo in grado di rispondere a certe domande tipo in che modo la chimica di un pianeta è collegata all'ambiente in cui si forma, oppure se la sua nascita ed evoluzione è guidata dalla stella attorno a cui orbita, dovremo studiare in modo statistico un gran numero di questi oggetti». Non si tratta quindi solo di rilevare la composizione chimica dell'atmosfera di un esopianeta, ma anche capire se in quell'atmosfera esistono dei marcatori in grado di tradire la presenza di processi vitali in corso.

La posizione in L2 di ARIEL
La missione, del costo di 450 milioni di euro e che coinvolgerà 15 nazioni europee (fra cui l'Italia), sarà guidata dall'Agenzia Spaziale Inglese, anche se vi sarà quasi sicuramente una collaborazione con la NASA. Costruzione e collaudo della strumentazione scientifica di bordo verranno condotti al laboratorio Rutherford Appleton in Hartwell (UK).
Attualmente sono noti oltre 3700 pianeti extrasolari. Con la missione Keplero che terminerà quest'anno [2018], e la TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) il prossimo 16 aprile, ARIEL avrà ancora molti obbiettivi cui rivolgersi. Occorre tuttavia fare presente che il metodo dei transiti introduce un limite coatto del numero dei pianeti rilevabili, in quanto è limitata a oggetti in orbita ravvicinata con la stella, nonché al fatto che tali pianeti siano complanari con la sonda; molti di questi non possono pertanto essere scoperti. Ciò nonostante, le scoperte di ARIEL potranno operare concreti modelli statistici su cosa somiglieranno questi mondi lontani e su come un ambiente locale potrà influenzare lo sviluppo di un determinato pianeta.
(adattato da Sky and Telescope, aprile 2018)

Una nuova Super-Terra 
(© ESO / M. Kornmesser)

Nella costellazione di Ofiuco, subito al di sotto del Triangolo Estivo, si trova la stella di Barnard, una delle nane rosse più vicine e quindi più studiate. Ora, dopo oltre 20 anni di ricerche, un team internazionale di astronomi ha riportato, lo scorso 14 novembre, di aver trovato indizi palesi della presenza di un esopianeta orbitante nei bagliori della stella.
La stella di Barnard si trova a meno di 6 anni luce di distanza (è la quarta stella più vicina al sole, dopo il sistema triplo di Alfa Centauri), sebbene sia del tutto invisibile a occhio nudo, essendo di magnitudo 9.5. E' un oggetto di classe spettrale M4 con una massa di appena il 15% di quella del Sole, un diametro pari a 1/5 e un'età circa doppia. Da tempo gli astronomi sospettavano la presenza di un pianeta attorno a essa, dal momento che l'oramai defunto telescopio spaziale Keplero ne aveva scoperti molti attorno alle stelle di questo tipo. Ma la ricerca attorno alla Barnard non aveva sinora mostrato alcunché. Tuttavia, una recente indagine condotta dall'astronomo spagnolo Ignasi Ribas, dopo aver analizzato i dati raccolti in oltre 20 anni da 7 differenti strumenti sparsi per il globo, ha condotto a questa potenziale scoperta. Dall'analisi accurata della velocità radiale della stella, dovuto al suo movimento attorno al baricentro del sistema, è infatti emerso un segnale periodico che si ripete ogni 233 giorni. La spiegazione più probabile emersa è che si tratti di un pianeta orbitante alla distanza di 0.4 unità astronomiche (all'incirca la distanza di Mercurio dal Sole) e avente una massa 3 volte quella della Terra: una superterra, appunto, denominata Barnard-b. Siccome però la stella di Barnard è intrinsecamente molto debole, l'energia che raggiungerebbe la superficie del pianeta ammonterebbe ad appena il 4% di quella del Sole. In queste condizioni l'acqua, se presente, sarebbe costantemente ghiacciata rendendone l'ambiente di fatto inabitabile.

La prima foto di un pianeta nascente 
Il disco protoplanetario As 209

Il radiotelescopio ALMA (Atacama Large Millimeter Array), situato nelle Ande cilene a 5000 m. di quota, ha fotografato la nascita di un pianeta. L'evento è in corso nella giovane regione di formazione stellare in Ofiuco, a 410 anni luce dal Sole; si osserva un disco protoplanetario, chiamato As 209, in corrispondenza della zona di formazione del pianeta nascente, il quale dovrebbe essere un gigante gassoso all'incirca delle dimensioni di Saturno.
L'immagine pubblicata è stata ottenuta da un team guidato da Davide Fedele dell'INAF di Arcetri. Vi si osserva una struttura di anelli e buchi nella polvere che circonda una giovane stella. I dischi protoplanetari sono strutture dense di gas e polvere che circondano stelle appena formate. Forniscono la materia che un giorno si trasformerà in pianeti orbitanti, satelliti e corpi minori. Con meno di un milione di anni di età, questo sistema è molto giovane, ma possiede già due lacune chiare che sono state scolpite nel disco. È stata una sorpresa per gli astronomi scoprire un fenomeno di formazione planetaria così avanzato in un tempo che su scala cosmica è da considerare molto breve.
La lacuna esterna è profonda, larga e in gran parte senza polvere, il che suggerisce agli astronomi che un pianeta gigante con una massa poco inferiore a quella di Saturno stia orbitando qui a una distanza più di tre volte superiore a quella che separa Nettuno dal Sole. Mentre il pianeta scava il suo cammino, la polvere si accumula al bordo esterno della sua orbita, creando anelli ben definiti nel disco. La lacuna nella polvere più sottile e interna potrebbe essere stata formata da un pianeta più piccolo, ma lo studio guidato da Fedele, pubblicato su Astronomy & Astrophysics, suggerisce la possibilità che il pianeta grande e distante possa aver creato entrambi i solchi.
(adattato da un articolo di L. Grassia, La Stampa, 27-2-2018)

Atmosfera di metalli pesanti 
Rendering di WASP 19-b

Gli astronomi potrebbero aver osservato una delle molecole che governano la struttura atmosferica di un pianeta ultracaldo. Un team di ricercatori internazionali, utilizzando il Very Large Telescope dell'ESO, hanno infatti individuato ossido di Titanio (TiO2) nell'atmosfera di WASP-19b, un pianeta della massa di Giove che orbita attorno alla sua stella in appena 19 ore! Ciò comporterebbe una temperatura superficiale di ben 2000°C.
C. WASP-19b appartiene a quella classe di esopianeti che orbitano a distanze estremamente ravvicinate rispetto al loro "Sole", nell'atmosfera dei quali si ritiene che il TiO2 giochi un ruolo simile a quello dell'ozono (O3) nell'atmosfera terrestre, ossia quello di assorbire la radiazione emessa dalla stella per ridistribuirla in modo uniforme.
Ad ogni modo, l'osservazione di un pianeta come WASP-19b rappresenta una sfida per gli astronomi, sia a causa della distanza (815 anni luce), sia del fatto che la sua luce rappresenta una minima frazione di quella emessa dalla stella. In questo caso Elyar Sedaghati dell'ESO e i suoi colleghi dell'Università di Berlino, sono riusciti ad analizzare, tramite una tecnica nota come "spettroscopia di trasmissione", la luce di questo lontano pianeta durante una serie di transiti sul disco stellare. Oltre al TiO2 sono stati individuati anche acqua, sodio, nonché una spessa caligine che diffonde la radiazione della stella.
La scoperta del TiO2 è importante a causa dell'effetto sull'atmosfera di un esopianeta; si ritiene infatti che provochi un assorbimento del calore tale da creare uno strato atmosferico dove la temperatura cresce, anziché decrescere con l'altitudine, un po' come avviene sulla Terra con lo strato di ozono nella bassa stratosfera. Cenni di questa inversione termica sono già stati osservati in altri "Giovi caldi", come WASP-33b e WASP-121b. Tuttavia, l'importanza di questa recente scoperta è che essa rappresenta la prima sostanziale evidenza del vero responsabile di tale inversione.

7 pianeti simili alla Terra attorno a una fredda nana rossa 
Rendering del sistema di TRAPPIST-1

Com'è noto, uno degli obbiettivi dell'astronomia moderna è quella di individuare esopianeti non solo simili alla Terra come massa e dimensioni, ma anche situati a una distanza tale dalla stella che permetta di avere un clima temperato atto a ospitare forme di vita. Recentemente sono stati individuati tre pianeti simili al nostro che sono transitati davanti a una stella con massa pari all'8% di quella del Sole e situata a una distanza di circa 39 anni luce. La configurazione del transito di questi pianeti, combinata con la dimensione della stella di dimensioni simili a Giove e denominata TRAPPIST-1 permette uno studio approfondito delle loro proprietà atmosferiche tramite i moderni sistemi d'indagine.
Si riportano qui di seguito i risultati di una campagna di monitoraggio fotometrico effettuati sia dal suolo, sia dallo spazio. Le osservazioni hanno rivelato la presenza di almeno sette pianeti di dimensioni simili alla terra che orbitano attorno a TRAPPIST-1. I sei più interni formano una sorta di catena di risonanza, in quanto i loro periodo orbitali (1.51, 2.42, 4.04, 6.06, 9.1 e 12.35 giorni) sono all'incirca semplici rapporti di numeri interi (simili, cioè, agli armonici di una corda in vibrazione). Questa architettura suggerisce che i pianeti si sono formati in una zona più lontana dalla stella, dopodiché sono migrati nelle sue vicinanze. Inoltre mostrano temperature di equilibrio sufficientemente basse da permettere la presenza di acqua allo stato liquido sulla loro superficie. Il → rendering seguente, adattato dalla rivista Time (13 marzo 2017), mostra la presunta superficie di uno di questi pianeti.

Proxima Centauri 
Rendering della probabile superficie di un pianeta
roccioso attorno a Proxima Centauri

Gli astronomi sospettano che la stella più vicina al nostro Sistema Solare abbia disseccato il suo presunto pianeta roccioso, vanificando pertanto ogni eventuale possibilità di essere abitato.
E' stato molto speculato su questo piccolo mondo noto come Proxima Centauri B da quando gli astronomi ne hanno annunciato la scoperta lo scorso Agosto. Con una massa di circa 1.3 volte quella della Terra, l'esopianeta orbita attorno alla sua stella a circa un decimo della distanza Sole-Mercurio. Tuttavia, trattandosi di una stella nana di classe M — le più piccole presenti nel diagramma HR — il pianeta si troverebbe nella sua zona di abitabilità, quella stretta fascia dove è possibile mantenere l'acqua allo stato liquido. Ma i risultati presentati recentemente al meeting invernale della American Astronomical Society in Grapevine (Texas) hanno mostrato che proprio il fatto di trovarsi in questa zona potrebbe aver segnato il destino di questo pianeta. Il motivo risiede nel fatto che le nane rosse sono potenzialmente molto pericolose. Prima di diventare stelle a tutti gli effetti, questi oggetti passano centinaia di milioni di anni a contrarsi. Durante questa fase sono molto più brillanti di quanto poi lo saranno una volta completamente formate, anche 50 volte di più! Inoltre, le giovani stelle di classe M irradiano strali di raggi X e radiazione ultravioletta in quantità sorprendentemente maggiore di quanto facciano stelle vecchie come il Sole (l'irraggiamento X può essere anche 100 volte superiore). E aggiungendo al danno la beffa, queste stelle vanno soggette a pericolosi brillamenti; se quindi lo sfortunato pianeta è privo di un campo magnetico adeguato che lo protegga è finita: non c'è alcuno modo di sopravviverci.
Tutti questi dati ci rivelano che quando Proxima Centauri era una stella ancora giovane, la sua fascia di abitabilità era più lontana di adesso. E se un pianeta si è formato dove si trova adesso (ossia nella attuale zona di abitabilità) ha dovuto sopportare un autentico "inferno" della durata di 300 o 400 milioni di anni.

Per saperne di più collegati al sito di EXOPLANET

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