Le ultime notizie dell'osservatore
per aggiornamenti sui pianeti extrasolari vedi qui
Due supernovae alla portata di telescopi amatoriali 

Immagine di Gianluca Masi
Due supernovae relativamente brillanti sono visibili all'imbrunire verso W. Se avete un telescopio da 15 cm e la possibilità di osservare in un cielo buio di montagna dovete puntarlo nella direzione della Virgo e della Coma, due costellazioni notoriamente prodighe di galassie.
La prima, siglata 2020nlb è stata scoperta dall'ATLAS (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System) lo scorso 25 giugno in M85, una galassia peculiare di 9ª grandezza situata nella Coma a una distanza di 60 milioni di anni luce. Al momento della scoperta era soltanto un puntino di 17-esima grandezza, ma che aumentava di luminosità una notte con l'altra. Il 7 luglio aveva raggiunto la 12-esima e pertanto visibile con l'apertura sopra indicata. La supernova è circa una magnitudo più brillante della stella di campo di 13-esima situata a ridosso NNE. L'immagine pubblicata è stata ottenuta dal noto astrofotografo Gianluca Masi.

Immagine di Gianluca Masi
L'astrofilo giapponese e cacciatore di supernovae Koichi Itagaki è invece riuscito a catturare la SN 2020nvb lo scorso 1° luglio in NGC 4457, situata a 55 milioni di anni luce. Entrambe le stelle ospiti sono state classificate di tipo Ia, appartenenti a sistemi binari nei quali una superdensa nana bianca orbita attorno a una stella normale; le nane bianche, com'è noto, sono oggetti di dimensioni analoghe alla Terra, ma con una massa simile o addirittura superiore a quella del Sole (se fosse fredda da potersi posare sulla sua superficie, sarebbe necessario un torchio idraulico di proporzioni gigantesche per alzare un dito!). L'intenso campo gravitazionale generato dalla piccola stella risucchia continuamente materiale dalla compagna, fino a quando, superato il cosiddetto "limite di Chandrasekkar" pari a 1.4 masse solari, s'innesca la catastrofica esplosione.
La SN 2020nvb, anch'essa di 12-esima grandezza, si trova poco a NW del nucleo di NGC 4457. Anche l'immagine di questa galassia è di Gianluca Masi.
La → cartina pubblicata, adattata da un'immagine di Sky and Telescope, mostra la posizione delle due galassie durante la prima metà di Luglio. Virgo e Coma sono oramai basse sull'orizzonte occidentale, per cui è necessario puntarvi il telescopio poco prima delle 23h.

Una cometa promettente 

(© Sky and Telescope)
La nuova cometa NEOWISE (NASA's Near-Earth Object Wide-field Infrared Survey Explorer), scoperta il 27 marzo scorso, ha avuto un incontro ravvicinato col Sole lo scorso 3 luglio, quando ha raggiunto il perielio alla distanza di 44 milioni di chilometri (poco meno della distanza perieliaca di Mercurio che è di 46 milioni di km). Se sopravviverà all'intenso calore solare, sarà allora possibile osservarla alle prime luci dell'alba, poco sopra l'orizzonte di nord-est.
Al momento, tutto ciò che sappiamo riguardo alle previsioni di magnitudine va preso cum granu salis. Tuttavia, possiamo in questo caso essere abbastanza ottimisti, perché quando è stata fotografata dal coronografo della SOHO (Solar and Heliospheric Observatory) poco dopo il transito al perielio, la cometa appariva effettivamente intatta e con la luminosità in aumento. Si tratta dunque di due segnali altamente incoraggianti! Dalle stime effettuate in base alle effemeridi pubblicate dal Central Bureau for Astronomical Telegrams (CBAT), la cometa dovrebbe essere di prima grandezza al crepuscolo mattutino. Dal momento che si troverà molto bassa in un cielo già chiaro, pur essendo visibile a occhio nudo è preferibile utilizzare un binocolo per rintracciarla a sinistra di θ Aurigae, come si evince dalla cartina che ritrae il cielo poco dopo le 4h (ora locale) verso Nord-Est sino al 16 luglio.
La luna piena sarà purtroppo d'intralcio nella visione sino al prossimo 11 luglio. Questo è più o meno il periodo nel quale la NEOWISE emergerà nel cielo serotino. Guadagnerà altezza e la vedremo scorazzare ben presto attraverso l'Orsa Maggiore in un cielo oramai illune, anche se continuerà a indebolirsi, riducendosi alla magnitudine 3 alla fine del mese. Tuttavia, la maggior altezza sull'orizzonte potrà — almeno in parte — compensare la perdita di luminosità. Quest'altra → cartina, sempre tratta da Sky and Telescope, mostra il percorso della cometa sino alla fine del mese.

Un'altra cometa si unisce al sabba 

foto di Rolando Ligustri
Se siete degli irriducibili osservatori del cielo trovatevi allora un po' di tempo la sera per l'arrivo della cometa Lemmon (C/2019 U6). Dopo aver dato un grande spettacolo di sè nell'emisfero meridionale, dove aveva sfoggiato una sia pur modesta 6ª magnitudine, si sta ora dirigendo verso nord. Sebbene la cometa si sia nel frattempo ulteriormente indebolita (attorno alla 7ª grandezza), continua a esibire una coda vistosa che la rende un oggetto senza dubbio appetibile nei binocoli o nei piccoli telescopi sotto cieli bui.
Alle nostre latitudini la Lemmon aveva fatto la sua apparizione, bassa sull'orizzonte occidentale, all'inizio del mese nel Sestante. Attraverserà la Vergine col suo corteggio di galassie alla metà del mese sino a raggiungere la Chioma di Berenice alla fine di luglio. E' passata al perielio lo scorso 18 giugno e alla minima distanza dalla Terra il 29 giugno a 124 milioni di km. Come la NEOWISE continuerà a indebolirsi gradualmente durante il mese. Anche in questo caso pubblichiamo la → cartina (sempre tratta da Sky & Telescope) che ne mostra il percorso sino alla fine di luglio.

Uno strano arco tra le due Orse 

(© Sky and Telescope)
Un'estesa chiazza arcuata di idrogeno è stata scoperta tra l'Orsa Maggiore e quella Minore (ma non mettetevi alla sua ricerca, perché non è visibile al telescopio). La fotografia nell'ultravioletto a banda stretta ha colto questa sottilissima formazione estesa circa 30°; si tratta con tutta probabilità di un'antica onda d'urto prodotta da una supernova esplosa circa 100000 anni fa e, se tale, detiene sicuramente il record per quanto riguarda le sue dimensioni apparenti nel cielo.
Andrea Bracco (Università di Parigi) e colleghi sono incorsi casualmente in questo effimero arco mentre stavano esaminando delle immagini d'archivio nell'ultravioletto della NASA. Costoro stavano cercando indizi di filamento rettilineo esteso 2° che era stato osservato una 20-ina d'anni fa. Ma hanno scoperto che tale getto di gas era di fatto meno rettilineo di quello che avevano ritenuto, in quanto costituiva soltanto una piccola parte di qualcosa molto più esteso.
Il team ha avuto una conferma inaspettata nel corso di una survey in H-α condotta dagli astrofili David Mittelman, Dennis di Cicco e Sean Walker. Il loro scopo era quello di mappare l'intero cielo alla lunghezza d'onda di 6563 Angstrom, quella appunto responsabile dell'emissione H-α. Durante questo processo hanno trovato un arco circolare che si accorda quasi perfettamente coi dati nell'ultravioletto.
Secondo gli autori questo arco dovrebbe essere solo una parte di una gigantesca bolla sferica in espansione che, in base alla sua interazione col mezzo interstellare, dovrebbe trovarsi a una distanza di circa 600 anni luce. Interessante è altresì sapere che all'interno di questa struttura vi sono due "buchi" nel materiale interstellare che permettono una visione in assoluta trasparenza dello spazio intergalattico. Dal momento che questo arco è così ben delineato (→ vedi) è probabile che qualche altro evento esplosivo abbia già, per così dire, ripulito la zona quando il fronte d'urto di questa supernova è passato attraverso di essa.

Due supernovae per telescopi amatoriali 

M61 in un'immagine dell'ESO
Due supernovae relativamente brillanti ravvivano gli eventi di questo mese. Il "paradosso" (se così vogliamo chiamarlo) è che quella debole è esplosa in una galassia relativamente brillante (M61, situata nella Vergine), mentre quella brillante ha fatto capolino in una galassia piuttosto debole ubicata a sud del falcetto del Leone.
Iniziamo dunque dalla prima, denominata SN 2020jfo (anche se la Virgo si trova più a est del Leone), se non altro perché M61 è una galassia familiare per gli astrofili. La supernova si trova 66" a ovest e 29" a nord del nucleo (ossia una 40-ina di secondi a nord di una stella nostrana di luminosità simile, come mostra l'immagine seguente). Quando è stata scoperta il 6 maggio scorso era di 14.7, ma aveva già guadagnato mezza magnitudo verso il 10. Dal momento che l'esplosione è stata colta nella fase iniziale, è probabile che la supernova continui ad aumentare in luminosità nelle prossime settimane. Daniel Perley dell'università di Liverpool (UK) ha ottenuto gli spettri della nuova stella che è risultata quindi essere di tipo II. Interessante questa animazione dell'astrofisico italiano Gianluca Masi che tramite una sovrapposizione di tre immagini mostra le 3 supernovae esplose in M61 rispettivamente nel 2006, 2014 e 2020).
La seconda supernova (SN 2020hvf) è stata scoperta in NGC 3643, una galassietta di 14ª grandezza, dall'ATLAS Project lo scorso 21 Aprile. Al momento della scoperta era appena di magnitudo 15.5, ma ai primi di maggio era arrivata alla 12.5, diventando così non solo più brillante del nucleo, ma addirittura dell'intera galassia! Ciò significa che è osservabile visualmente in un modesto riflettore di 15 cm.

Una planetaria scoperta da astrofili 

(© Steven Bellavia)
Non troverete molte immagini di quest'oggetto, dal momento che è stato scoperto soltanto alcuni mesi fa dagli astrofili Xavier Strottner e Marcel Drechsler nella costellazione del Toro.
L'astrofilo francese Strottner ha stilato un catalogo (St) contenente 67 nebulose planetarie, mentre l'astrofilo tedesco Drechsler ne ha elencate 37 nel suo personale (Dr). Assieme al veterano della California Dana Patchick, il gruppo di astronomi hanno scoperta questa nebulosa utilizzando i dati multi-lunghezza d'onda dell'Aladin Sky Atlas. Costoro hanno già collezionato una 30-ina di planetarie nel catalogo congiunto denominato (St-Dr), di cui 4 sono state confermate, mentre le rimanenti attendono conferma da ulteriori osservazioni dei loro spettri.
Peter Goodhew, un astrofilo londinese che opera tramite un telescopio remoto in Spagna, ha ripreso la prima immagine di of St-Dr-1 con più di 16 ore di esposizione. L'autore dell'immagine pubblicata ha utilizzato un telescopio da 114 mm aperto a F/4 in parte autocostruito e modificato per questo tipo di ricerca.
E' bello sapere che astrofili seri e motivati continuano a fare scoperte, e che queste possono essere confermate anche con strumentazione modesta!

Un asteroide potenzialmente pericoloso 

© Coelum
L'asteroide 2006 QV89 in questi primi mesi del 2019 ha attratto periodicamente l'attenzione dei media perché, come riportato dal sistema di monitoraggio Sentry della NASA, esiste una probabilità — seppure molto bassa e pari a 1 su 8300 — che possa collidere con la Terra nel periodo 2019-2117. In particolare, il prossimo flyby con la Terra è previsto attorno al 9 settembre di quest'anno, ed è su questa data che si è focalizzata l'attenzione dei media, che hanno attribuito la probabilità di collisione cumulativa a quest'unico giorno. Per certi aspetti il caso di 2006 QV89 è simile a quello dell'asteroide 2012 TC4. Cerchiamo di capire come stanno davvero le cose e se 2006 QV89 costituisce un reale pericolo per la Terra.
2006 QV89 è un piccolo asteroide di circa 30 metri di diametro scoperto il 29 agosto 2006 dalla Catalina Sky Survey, il programma di monitoraggio dei NEA del Lunar and Planetary Laboratory dell'Università di Tucson (Arizona). Al momento della scoperta l'asteroide aveva una magnitudine apparente di +18.9, un oggetto debole quindi, ma non particolarmente difficile per i telescopi al suolo. Dalla determinazione dell'orbita eliocentrica sappiamo che 2006 QV89 si muove su un'orbita moderatamente ellittica, che giace su un piano a bassissima inclinazione sull'Eclittica (poco più di 1 grado), con semiasse maggiore di 1,192 UA e che impiega 475 giorni per una rivoluzione completa. Si tratta di un oggetto di tipo "Apollo", con orbita quasi del tutto esterna a quella della Terra.
Nella stessa circolare che ne annunciava la scoperta assieme agli elementi orbitali, è riportata anche la cosiddetta MOID (Minimum Orbit Intersection Distance), ossia la minima distanza possibile fra le orbite della Terra e dell'asteroide. Nel caso di 2006 QV89 si ha MOID pari a circa 15.000 km. Questo asteroide può passare davvero molto vicino alla Terra se i due corpi celesti si trovano contemporaneamente al nodo discendente dell'orbita di 2006 QV89. Nel caso improbabile di collisione, considerato il piccolo diametro, l'asteroide probabilmente si frammenterebbe durante il passaggio in atmosfera e al suolo arriverebbero solo grossi frammenti, ciascuno con una massa di decine o centinaia di kg.

Il 30 giugno è da qualche anno l'Asteroid Day, giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tema degli asteroidi pericolosi. 2006 QV89 rientra tra questi, e sicuramente si approfitterà del prossimo passaggio di settembre per studiarne meglio l'orbita, ma il rischio di un reale impatto è praticamente nullo — Tratto dal mensile COELUM

I pianeti posso realmente foggiare il nostro destino 
Come sarà quasi certamente capitato a ogni astrofilo, anch'io ho dovuto sperimentare più di una volta la seccatura di essere definito "astrologo". E pazientemente cerco sempre di spiegare che l'astronomia è lo studio dell'Universo, mentre l'astrologia è la pretesa che questo Universo abbia il controllo della nostra vita. Limitandoci al caso del Sistema Solare sappiamo che in realtà non c'è alcun motivo per cui la posizione dei pianeti alla nostra nascita debba influenzare il corso della nostra esistenza. Tuttavia — e questo non ha nulla a che vedere con l'astrologia — pare assodato che il moto dei pianeti abbia fortemente influenzato la storia dell'uomo.
Per parecchi milioni di anni i cambiamenti climatici in Africa hanno ripetutamente foggiato l'evoluzione umana; queste variazioni climatiche, dovute all'influenza non solo della Luna, ma anche dei pianeti giganti Giove e Saturno, sono legate a complesse serie di oscillazioni ritmiche, sia dell'orbita terrestre, sia della rotazione terrestre attorno al proprio asse. Alcuni aspetti importanti e innovativi dell'evoluzione come la postura eretta, l'utilizzo del fuoco (siamo gli unici viventi riusciti a produrre e addomesticare il fuoco per una molteplicità di scopi) e l'aumento di dimensioni del cervello rispetto agli altri primati sembrano legati a rapide alterazioni climatiche occorse in un lontano passato. Grazie a queste si sono potute sviluppare la scienza e la tecnologia che hanno permesso all'uomo di scoprire la sua lunga storia.
Oggi, ironia della sorte, è proprio la tecnologia sviluppatasi grazie ai cambiamenti climatici a minacciare la nostra esistenza: difficile quantizzare in quale misura (variazioni climatiche avvengono comunque e indipendentemente dall'attività umana); ma sicuramente non stiamo aiutando la natura a proteggerci al meglio. È ovvio che se l'astrologia non può certo darci una mano, l'astronomia può invece farlo. Allargando l'ambito delle nostre conoscenze e sfruttando l'immensa capacità di adattamento dell'uomo, è possibile puntare sull'esplorazione planetaria per meglio capire il nostro clima ed essere quindi in grado di reagire in modo efficace alle sfide si presentano oggi e forse ancora più in futuro.

Scoperta una piccola luna della Terra 

(© Sky & Telescope)
Ne è passato di tempo da quando, poco più di 60 anni fa, l'astronomo polacco Kazimierz Kordylewski (1903-1981) affermava di aver individuato delle minuscole lune addensate in ammassi localizzati nei punti L4 ed L5 dell'orbita terrestre!. Le "Nubi di Kordylewski", come sono ancora comunemente chiamate, sono sempre state controverse, in quanto da allora pochissimi sono riusciti a individuare queste formazioni fantasma; tra l'altro, la sonda giapponese Hiten, lanciata 24 gennaio 1990, è passata attraverso i punti di librazione per rilevare eventuali particelle intrappolate, ma non ha rilevato alcun incremento del livello delle polveri rispetto alla densità dello spazio circostante.
Ad ogni modo, il 27 aprile 2016 gli astronomi avevano annunciato la scoperta di 2016 HO3, un asteroide con dimensioni di una 40-ina di metri che si comporterebbe come un satellite della Terra. Scoperto dal telescopio Pan-STARRS 1 situato ad Haleakala (Hawaii), l'asteroide, di 24-esima grandezza, pare sia collocato su un'orbita relativamente stabile; sebbene abbia eluso le ricerche sino alla data sopra indicata, è altamente probabile che l'oggetto sia stato catturato dalla Terra da almeno un secolo e rimarrà suo compagno per i secoli a venire.
Non si deve tuttavia pensare a una vera e propria luna, come quelle ipotizzate da Kordylewski. L'orbita di 2016 HO3, leggermente inclinata rispetto al piano dell'eclittica, è infatti molto bislacca e nell'arco di 6 mesi porta l'oggetto alternativamente a 38 e 100 volte la distanza Terra-Luna. Ma per rendersi conto in concreto di ciò che avviene si veda l'animazione cliccando al → link seguente.

INIZIO PAGINA