
I tre pianeti visibili Seppure molto bassi sull'orizzonte, si può comunque tentare di osservare i due pianeti più interni del Sistema Solare poco dopo il tramonto. L'immagine pubblicata fa riferimento alle 18:15 per una località sita nel nord-Italia, ma la situazione è virtualmente la stessa per ogni luogo della Penisola.
L'oggetto più critico resta ovviamente Venere, situato appena sopra l'orizzonte occidentale. E' vero che è il pianeta più luminoso ovunque si trovi sulla sua orbita, ma trovandosi così estremamente basso si riduce a un astro di grandezza -2.7; ad ogni modo il moto apparente lo fa gradatamente alzare col tempo, tant'è che alla fine del mese si trova già a una decina di gradi sopra l'orizzonte.
Subito sopra, un poco più a sinistra si trova Mercurio che il 14 febbraio presenta una magnitudo leggermente negativa (sempre a causa dell'estinzione atmosferica) e a un'altezza di circa 10 gradi. Anche questo si alza col passare dei giorni anche se cala leggermente di luminosità. Il giorno 20 è attorno alla magnitudo zero e a circa 13 gradi sull'orizzonte.
Seguendo l'eclittica troviamo infine Saturno, decisamente più debole (magnitudo +1.4), ma a circa 25 gradi sull'orizzonte. Al di sopra, il giorno 20, apparirà anche una sottile falce di Luna.
La nuova cometa Kreutz

Il percorso della Kreutz (adattato da Sky & Telescope)
La scoperta di C/2026 A1 (MAPS), sta generando grande entusiasmo. Le immagini della scoperta sono state realizzate il 13 gennaio dal progetto MAPS (acronimo dei cognomi dei quattro astronomi scopritori: Maury, Attard, Parrott, Signoret) che utilizza quattro telescopi per scansionare automaticamente ampie porzioni di cielo, con un software che segnala potenziali asteroidi e comete.
Secondo le recenti effemeridi, la debole cometa sarà visibile nei telescopi da 20-25 cm a partire dalla metà di marzo quando brillerà intorno alla magnitudine 13. In quel periodo si troverà nella costellazione della Balena, bassa nel cielo sud-occidentale durante il crepuscolo serale. Gli osservatori dell'emisfero australe (tanto per cambiare) godranno di una visuale migliore.
Il perielio del 4 aprile sarà critico, in quanto l'astro chiomato sfreccerà a soli 748.000 km dalla superficie del Sole. Tecnicamente parlando è una cometa radente (sungrazer). Passaggi così ravvicinati portano spesso alla frammentazione a causa del calore estremo e delle forze mareali; tuttavia, se dovesse sopravvivere al duello con il Sole, potrebbe diventare un oggetto luminosissimo visibile a occhio nudo. Ma purtroppo le prospettive di osservazione sono scarse durante l'avvicinamento al perielio, specialmente per gli osservatori del nord. L'elongazione della cometa è infatti modesta e la declinazione bassa. Inoltre, con l'avanzare della primavera le condizioni di un cielo totalmente buio ritardano sempre di più.

Immagine della Grande Cometa 1843 immortalata dal pittore C. P. Smyth

La Grande Cometa del 1843 in un disegno dell'epoca
Sebbene potrebbe potenzialmente raggiungere una magnitudine di -4 o superiore al perielio, si troverà ad appena pochi primi d'arco dal Sole e sarà quindi molto pericolosa da osservare da entrambi gli emisferi, a patto di utilizzare la massima precauzione tramite l'utilizzazione di appositi filtri. Ma ciò nonostante, la massima brillantezza si manterrà solo per il giorno centrato sul perielio. È tuttavia è probabile che la cometa sviluppi una lunga e magnifica coda — sul modello di altre Kreutz come la Ikeya-Seki del 1965, la Lovejoy del 2011 o addirittura la Grande Cometa del 1843 — che gli osservatori dell'emisfero settentrionale vedrebbero durante il crepuscolo per diversi giorni a partire appunto dal prossimo 4 aprile.
Le comete di Kreutz sono una famiglia di comete radenti caratterizzate da orbite che le portano estremamente vicine al Sole durante il perielio. Si ritiene che questa famiglia sia composta dai frammenti di un'unica grande cometa che si frammentò molti secoli fa, e prendono il nome dall'astronomo tedesco Heinrich Kreutz, che per primo dimostrò la loro origine comune. Molti dei membri di questa famiglia sono diventati grandi comete, occasionalmente anche visibili in pieno giorno vicino al Sole, come alcune di quelle sopra ricordate.
Dopo il lancio della sonda SOHO nel 1995 sono stati scoperti migliaia di membri minori della famiglia, alcuni grandi solo pochi metri. Nessuno di questi frammenti è mai sopravvissuto al passaggio al perielio, in quanto solo comete radenti molto più grandi, come la Grande Cometa del 1843 o la Lovejoy possiedono dimensioni sufficienti per evitare la completa evaporazione. Astronomi amatoriali hanno scoperto con successo centinaia di questi membri più piccoli della famiglia, grazie ai dati disponibili in tempo reale su Internet
Due novae galattiche

(© Sky & Telescope)
Le nove visibili ad occhio nudo sono rare, ma due di esse che si verificano contemporaneamente sono estremamente rare, anche se purtroppo stiamo parlando di un paio di eventi occorsi nell'emisfero meridionale.
Appena un paio di settimane dopo che la nova Lupi è venuta alla luce, John Seach, dall'Australia, ha catturato una seconda "nuova stella" nelle Vele il 25 giugno con la sua fotocamera digitale. Ricordiamo che la nova Lupi era stata scoperta lo scorso 12 giugno e ha raggiunto il suo picco di luminosità il 18, praticamente durante il solstizio estivo. La sua esplosione ha reso la stella temporaneamente luminosa, attirando l'attenzione della comunità astronomica internazionale, avendo raggiunto la magnitudo 5.7.
La Nova Velorum (V572 Velorum) sembra aver raggiunto il picco intorno alla 4.9 magnitudine il 26-28 giugno e sta attualmente svanendo, dal momento che, all'inizio di luglio, brilla nell'intervallo di magnitudine 5.7-6.0. Per i fortunati osservatori situati ai tropici e nell'emisfero australe, entrambe le novae sono ancora visibili senza l'ausilio di strumenti ottici da una postazione col cielo scuro.
Riportiamo, solo per curiosità, l'immagine ottenuta con lo Stellarium della seconda delle novae, ancora relativamente brillante (vedi).
La vita sulle lune di Giove

(fonte: NASA/JPL-Caltech/SETI Institute)
Esiste una piccola possibilità che, alla morte del Sole tra 4.5 miliardi di anni, la vita possa trovare rifugio sulle lune ghiacciate di Giove: secondo i calcoli dello studio pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, ciò potrebbe avvenire quando la nostra stella si sarà trasformata in una gigante rossa, ossia si sarà espansa inghiottendo i quattro pianeti rocciosi interni. La zona abitabile potrebbe allora estendersi fino a raggiungere il gigante gassoso e i suoi satelliti. Questi ultimi riceverebbero così abbastanza calore da far sublimare il ghiaccio e dare origine a una tenue atmosfera di vapore acqueo sufficiente a supportare la vita. Da tempo l'attenzione dei planetologi si è concentrata su Europa, il satellite gioviano poco più piccolo della nostra Luna, che nasconderebbe sotto la crosta ghiacciata un oceano di acqua liquida, probabilmente salata come i nostri oceani.
La tenue atmosfera così creata potrebbe persistere fino a 200 milioni di anni. Si tratta di un arco di tempo estremamente ristretto se confrontato con quello che la vita ha avuto a disposizione sulla Terra, ma potrebbe ugualmente consentire ad alcuni organismi di prolungare la loro permanenza all'interno del Sistema Solare.
Adattato da una notizia ANSA
Polvere di Luna

(fonte: NASA)
Il regolite presente sulla Luna è meno tossico dell'inquinamento atmosferico delle nostre città: respirarlo può comunque provocare irritazione delle vie aree, proprio come era stato testimoniato da diversi astronauti delle missioni Apollo. Lo dimostra lo studio su cellule polmonari umane, condotto nei laboratori dell'Università di Tecnologia di Sydney in Australia. I risultati, pubblicati sulla rivista Life Sciences in Space Research, ridimensionano così le preoccupazioni per la salute dei futuri esploratori che parteciperanno alle missioni del programma Artemis nell'intento di stabilire una presenza umana a lungo termine sulla Luna. «Probabilmente, se l'esposizione alla polvere lunare si verificasse ai livelli tipici dell'inquinamento atmosferico sulla Terra, gli effetti sulla salute sarebbero minimi», sottolineano i ricercatori guidati da Michaela B. Smith. Nei loro esperimenti hanno utilizzato cellule umane prelevate dai bronchi e dagli alveoli polmonari per valutare le conseguenze dell'esposizione ai più recenti preparati che simulano il regolite lunare. Gli effetti sono stati poi messi a confronto con quelli provocati dall'esposizione al particolato atmosferico raccolto in una strada trafficata di Sydney.
I risultati dimostrano che la polvere lunare, tagliente e abrasiva, può agire come un irritante fisico, ma non causa i gravi danni cellulari o l'infiammazione scatenati dallo smog. «È importante distinguere tra un irritante fisico e una sostanza altamente tossica», spiega Smith. «Quando gli astronauti dell'Apollo rientravano nel modulo di atterraggio, la polvere sottile che si era attaccata alle loro tute spaziali si disperdeva nell'aria della cabina e veniva inalata, causando problemi respiratori, starnuti e irritazione oculare. Qualsiasi polvere, se inalata, provoca starnuti, tosse e una certa irritazione fisica, ma non è altamente tossica come la silice, che causa la silicosi dopo dieci anni in un cantiere. Sicuramente non si verificherà una situazione del genere».
Notizia ANSA
Una galassia ... senza stelle

(Immagine pubblicata da Sky & Telescope)
Gli astronomi hanno individuato qualcosa di veramente bizzarro: una galassia che sembra costituita unicamente da gas!
La galassia, denominata J0613+52 è stata individuata in base a una survey sulla distribuzione di idrogeno neutro in circa 350 deboli oggetti diffusi denominati "galassie a bassa luminanza superficiale". Queste galassie sono almeno una magnitudine più deboli del naturale chiarore ambientale del cielo notturno. Di fatto contengono pochissime stelle che le rendono veramente difficili da scoprire coi telescopio operanti in luce visibile; per questo motivo gli astronomi vanno alla ricerca dei deboli bagliori del gas tramite radiotelescopi.
Questa galassia oscura è situata a una distanza di 270 milioni di km nella dell'Auriga (subito a nord del pentagono caratteristico di questa costellazione) e se fosse osservata visualmente a una distanza ravvicinata apparirebbe in cielo come una chiazza vuota senza alcuna struttura. Eppure contiene una quantità d'idrogeno equivalente a oltre un miliardo di stelle che sembra ruotare in modo ordinato, come se si trattasse di una comune galassia spirale.
L'illustrazione pubblicata mostra la galassia nei falsi colori che ne indicano la rotazione (la parte rossa è ovviamente quella in allontanamento, quella blu in avvicinamento) ed è stata ottenuta utilizzando il campo stellare ottenuto da una lastra POSS-II dello Space Telescope Science Institute.
Una planetaria scoperta da astrofili

(© Steven Bellavia)
Non sarà facile reperire immagini di quest'oggetto, dal momento che si tratta di una scoperta abbastanza recente a opera dagli astrofili Xavier Strottner e Marcel Drechsler nella costellazione del Toro. L'astrofilo francese Strottner ha stilato un catalogo (St) contenente 67 nebulose planetarie, mentre l'astrofilo tedesco Drechsler ne ha elencate 37 nel suo personale (Dr). Assieme al veterano della California Dana Patchick, il gruppo di astronomi hanno scoperta questa nebulosa utilizzando i dati multi-lunghezza d'onda dell'Aladin Sky Atlas. Costoro hanno già collezionato una 30-ina di planetarie nel catalogo congiunto denominato (St-Dr), di cui 4 sono state confermate, mentre le rimanenti attendono conferma da ulteriori osservazioni dei loro spettri.
Peter Goodhew, un astrofilo londinese che opera tramite un telescopio remoto in Spagna, ha ripreso la prima immagine di of St-Dr-1 con più di 16 ore di esposizione.
L'autore dell'immagine pubblicata ha utilizzato un telescopio da 114 mm aperto a F/4 in parte autocostruito e modificato per questo tipo di ricerca. E' bello sapere che astrofili seri e motivati continuano a fare scoperte, e che queste possono essere confermate anche con strumentazione modesta!
I pianeti posso realmente foggiare il nostro destino
Come sarà quasi certamente capitato a ogni astrofilo, anch'io ho dovuto sperimentare più di una volta la seccatura di essere definito "astrologo". E pazientemente cerco sempre di spiegare che l'astronomia è lo studio dell'Universo, mentre l'astrologia è la pretesa che questo Universo abbia il controllo della nostra vita. Limitandoci al caso del Sistema Solare sappiamo che in realtà non c'è alcun motivo per cui la posizione dei pianeti alla nostra nascita debba influenzare il corso della nostra esistenza. Tuttavia — e questo non ha nulla a che vedere con l'astrologia — pare assodato che il moto dei pianeti abbia fortemente influenzato la storia dell'uomo.
Per parecchi milioni di anni i cambiamenti climatici in Africa hanno ripetutamente foggiato l'evoluzione umana; queste variazioni climatiche, dovute all'influenza non solo della Luna, ma anche dei pianeti giganti Giove e Saturno, sono legate a complesse serie di oscillazioni ritmiche, sia dell'orbita terrestre, sia della rotazione terrestre attorno al proprio asse. Alcuni aspetti importanti e innovativi dell'evoluzione come la postura eretta, l'utilizzo del fuoco (siamo gli unici viventi riusciti a produrre e addomesticare il fuoco per una molteplicità di scopi) e l'aumento di dimensioni del cervello rispetto agli altri primati sembrano legati a rapide alterazioni climatiche occorse in un lontano passato. Grazie a queste si sono potute sviluppare la scienza e la tecnologia che hanno permesso all'uomo di scoprire la sua lunga storia.
Oggi, ironia della sorte, è proprio la tecnologia sviluppatasi grazie ai cambiamenti climatici a minacciare la nostra esistenza: difficile quantizzare in quale misura (variazioni climatiche avvengono comunque e indipendentemente dall'attività umana); ma sicuramente non stiamo aiutando la natura a proteggerci al meglio.
È ovvio che se l'astrologia non può certo darci una mano, l'astronomia può invece farlo. Allargando l'ambito delle nostre conoscenze e sfruttando l'immensa capacità di adattamento dell'uomo, è possibile puntare sull'esplorazione planetaria per meglio capire il nostro clima ed essere quindi in grado di reagire in modo efficace alle sfide si presentano oggi e forse ancora più in futuro.


