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Quadrantidi 
Quello delle Quadrantidi è uno degli sciami più intensi dell'anno, ma è anche uno dei meno osservati in quanto il suo radiante, molto settentrionale, ne impedisce la visione dall'emisfero australe e inoltre le nottate gelide di inizio gennaio non invitano certo a passare all'addiaccio alcune ore osservative. Ma il sacrificio può essere ripagato dalla visione di circa 150-200 meteore l'ora. Le meteore sono generalmente bluastre e attraversano l'atmosfera terrestre ad una velocità piuttosto moderata, stimata attorno ai 40 km al secondo, il che facilita la formazione di bolidi. La magnitudine media delle meteore è di circa 2.8.
Il nome dello sciame deriva da un'antica costellazione, la Quadrans Muralis, successivamente sparita dagli atlanti celesti, che si trovava fra il Boote, l'Ercole e il Draco. Secondo i primi osservatori del XIX secolo il radiante si trovava nei pressi della stella alfa: questo punto è attualmente ubicato a metà strada tra θ Draconis e β Bootis).

Il radiante delle Quadrantidi
Il primo osservatore ufficiale dello sciame fu un italiano, l'astronomo Antonio Brucalassi, che il 2 gennaio 1825 per primo annotò la presenza di numerose stelle cadenti nei pressi della costellazione del Boote. Una quindicina di anni dopo si riuscì a stabilire la cadenza annuale di questo fenomeno e nel 1863 venne determinato con precisione il radiante che nel corso degli anni si è sensibilmente spostato. Venne anche stabilito il periodo di attività, che va dal 28 dicembre al 7 gennaio, e la durata della massima attività, che è di sole 16 ore, tra il 3 e il 4 gennaio. Il picco vero e proprio ha avuto durate anche di soli 30 minuti con un picco dello ZHR pari a 200! La media su oltre 100 osservazioni dà comunque uno ZHR medio di 45, con annate particolarmente povere, fra cui si ricorda quello del 1901 che ha mostrato appena 17 meteore all'ora. E tuttavia le origini delle Quadrantidi sono ancora avvolte nel mistero. Si sa che la maggior parte degli sciami è associata al passaggio di qualche cometa periodica, ma per le Quadrantidi ancora non si è riusciti a stabilire un genitore ufficiale. Si ipotizza, naturalmente, che all'origine vi sia una cometa, ma poiché non è stato ancora possibile individuarla si pensa che la sua orbita sia stata drasticamente corretta dalla forza di gravità dei pianeti esterni giganti, o che addirittura ci sia stato un impatto con il pianeta gigante e la cometa sia andata distrutta. In questo caso le Quadrantidi non sarebbero nient'altro che le ceneri di una catastrofe consumatasi nel lontano passato che annualmente ne rinnovano il ricordo con una pioggia di stelle scintillanti. Appuntamento, dunque, alla mattina del prossimo 4 gennaio (adattato da cortinastelle.it).

La Grande Macchia Rossa si sta sfilacciando 

© Clyde Foster in Centurion, South Africa
Si sta verificando uno strano evento sul pianeta gigante: una zona equatoriale usualmente di color bianco sta assumendo una colorazione brunastra, mentre la Grande Macchia Rossa (GRS) sta attirando la sua attenzione grazie a un'interazione inusuale con la fascia equatoriale sud (SEB).
Nel corso degli ultimi anni la GRS mostrava un'evidente colore arancione, enfatizzata dal fatto di essere circondata da una piccola zona biancastra. Adesso un nuovo vortice scuro la rende ancora più inusuale: pare infatti che la SEB stia risucchiando materiale dalla Macchia Rossa creando una sorta di ponte vorticoso tra le due caratteristiche. Grossi filamenti di materiale provenienti dalla GRS, alcuni dei quali più estesi di 10000 km, sono stati asportati e dissipati nel vortice. Questo fenomeno è osservabile anche in telescopi amatoriali.
L'esfoliazione della GRS appare più evidente nel vicino infrarosso, particolarmente attorno agli 8900 Angstrom. A questa lunghezza d'onda l'assorbimento dovuto al metano tende normalmente a oscurare le caratteristiche nell'atmosfera superiore del pianeta, ma i forti venti che turbinano nella macchia possono liberarla da questo idrocarburo, cosicché appare molto brillante in questa regione dello spettro. Visualmente si consiglia l'utilizzo di un filtro blu nel quale la GRS appare più scura.

Un asteroide potenzialmente pericoloso 

© Coelum
L'asteroide 2006 QV89 in questi primi mesi del 2019 ha attratto periodicamente l'attenzione dei media perché, come riportato dal sistema di monitoraggio Sentry della NASA, esiste una probabilità — seppure molto bassa e pari a 1 su 8300 — che possa collidere con la Terra nel periodo 2019-2117. In particolare, il prossimo flyby con la Terra è previsto attorno al 9 settembre di quest'anno, ed è su questa data che si è focalizzata l'attenzione dei media, che hanno attribuito la probabilità di collisione cumulativa a quest'unico giorno. Per certi aspetti il caso di 2006 QV89 è simile a quello dell'asteroide 2012 TC4. Cerchiamo di capire come stanno davvero le cose e se 2006 QV89 costituisce un reale pericolo per la Terra.
2006 QV89 è un piccolo asteroide di circa 30 metri di diametro scoperto il 29 agosto 2006 dalla Catalina Sky Survey, il programma di monitoraggio dei NEA del Lunar and Planetary Laboratory dell'Università di Tucson (Arizona). Al momento della scoperta l'asteroide aveva una magnitudine apparente di +18.9, un oggetto debole quindi, ma non particolarmente difficile per i telescopi al suolo. Dalla determinazione dell'orbita eliocentrica sappiamo che 2006 QV89 si muove su un'orbita moderatamente ellittica, che giace su un piano a bassissima inclinazione sull'Eclittica (poco più di 1 grado), con semiasse maggiore di 1,192 UA e che impiega 475 giorni per una rivoluzione completa. Si tratta di un oggetto di tipo "Apollo", con orbita quasi del tutto esterna a quella della Terra.
Nella stessa circolare che ne annunciava la scoperta assieme agli elementi orbitali, è riportata anche la cosiddetta MOID (Minimum Orbit Intersection Distance), ossia la minima distanza possibile fra le orbite della Terra e dell'asteroide. Nel caso di 2006 QV89 si ha MOID pari a circa 15.000 km. Questo asteroide può passare davvero molto vicino alla Terra se i due corpi celesti si trovano contemporaneamente al nodo discendente dell'orbita di 2006 QV89. Nel caso improbabile di collisione, considerato il piccolo diametro, l'asteroide probabilmente si frammenterebbe durante il passaggio in atmosfera e al suolo arriverebbero solo grossi frammenti, ciascuno con una massa di decine o centinaia di kg.

Il 30 giugno è da qualche anno l'Asteroid Day, giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tema degli asteroidi pericolosi. 2006 QV89 rientra tra questi, e sicuramente si approfitterà del prossimo passaggio di settembre per studiarne meglio l'orbita, ma il rischio di un reale impatto è praticamente nullo — Tratto dal mensile COELUM

I pianeti posso realmente foggiare il nostro destino 
Come sarà quasi certamente capitato a ogni astrofilo, anch'io ho dovuto sperimentare più di una volta la seccatura di essere definito "astrologo". E pazientemente cerco sempre di spiegare che l'astronomia è lo studio dell'Universo, mentre l'astrologia è la pretesa che questo Universo abbia il controllo della nostra vita. Limitandoci al caso del Sistema Solare sappiamo che in realtà non c'è alcun motivo per cui la posizione dei pianeti alla nostra nascita debba influenzare il corso della nostra esistenza. Tuttavia — e questo non ha nulla a che vedere con l'astrologia — pare assodato che il moto dei pianeti abbia fortemente influenzato la storia dell'uomo.
Per parecchi milioni di anni i cambiamenti climatici in Africa hanno ripetutamente foggiato l'evoluzione umana; queste variazioni climatiche, dovute all'influenza non solo della Luna, ma anche dei pianeti giganti Giove e Saturno, sono legate a complesse serie di oscillazioni ritmiche, sia dell'orbita terrestre, sia della rotazione terrestre attorno al proprio asse. Alcuni aspetti importanti e innovativi dell'evoluzione come la postura eretta, l'utilizzo del fuoco (siamo gli unici viventi riusciti a produrre e addomesticare il fuoco per una molteplicità di scopi) e l'aumento di dimensioni del cervello rispetto agli altri primati sembrano legati a rapide alterazioni climatiche occorse in un lontano passato. Grazie a queste si sono potute sviluppare la scienza e la tecnologia che hanno permesso all'uomo di scoprire la sua lunga storia.
Oggi, ironia della sorte, è proprio la tecnologia sviluppatasi grazie ai cambiamenti climatici a minacciare la nostra esistenza: difficile quantizzare in quale misura (variazioni climatiche avvengono comunque e indipendentemente dall'attività umana); ma sicuramente non stiamo aiutando la natura a proteggerci al meglio. È ovvio che se l'astrologia non può certo darci una mano, l'astronomia può invece farlo. Allargando l'ambito delle nostre conoscenze e sfruttando l'immensa capacità di adattamento dell'uomo, è possibile puntare sull'esplorazione planetaria per meglio capire il nostro clima ed essere quindi in grado di reagire in modo efficace alle sfide si presentano oggi e forse ancora più in futuro.

Scoperta una piccola luna della Terra 

(© Sky & Telescope)
Ne è passato di tempo da quando, poco più di 60 anni fa, l'astronomo polacco Kazimierz Kordylewski (1903-1981) affermava di aver individuato delle minuscole lune addensate in ammassi localizzati nei punti L4 ed L5 dell'orbita terrestre!. Le "Nubi di Kordylewski", come sono ancora comunemente chiamate, sono sempre state controverse, in quanto da allora pochissimi sono riusciti a individuare queste formazioni fantasma; tra l'altro, la sonda giapponese Hiten, lanciata 24 gennaio 1990, è passata attraverso i punti di librazione per rilevare eventuali particelle intrappolate, ma non ha rilevato alcun incremento del livello delle polveri rispetto alla densità dello spazio circostante.
Ad ogni modo, il 27 aprile 2016 gli astronomi avevano annunciato la scoperta di 2016 HO3, un asteroide con dimensioni di una 40-ina di metri che si comporterebbe come un satellite della Terra. Scoperto dal telescopio Pan-STARRS 1 situato ad Haleakala (Hawaii), l'asteroide, di 24-esima grandezza, pare sia collocato su un'orbita relativamente stabile; sebbene abbia eluso le ricerche sino alla data sopra indicata, è altamente probabile che l'oggetto sia stato catturato dalla Terra da almeno un secolo e rimarrà suo compagno per i secoli a venire.
Non si deve tuttavia pensare a una vera e propria luna, come quelle ipotizzate da Kordylewski. L'orbita di 2016 HO3, leggermente inclinata rispetto al piano dell'eclittica, è infatti molto bislacca e nell'arco di 6 mesi porta l'oggetto alternativamente a 38 e 100 volte la distanza Terra-Luna. Ma per rendersi conto in concreto di ciò che avviene si veda l'animazione cliccando al → link seguente.

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