Breve cronaca di due scoperte
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All'inizio degli anni '90 Stefano Pesci, conoscendo la mia passione per l'osservazione visuale, era riuscito a coinvolgermi nella ricerca visuale di supernovae, forse motivato dal fatto che si trattava di un'attività ancora poco seguita nel nostro Paese e che tuttavia aveva già gratificato un suo amico di Bologna, Mirko Villi, che assieme al suo conterraneo Giancarlo Cortini era stato l'artefice di due scoperte. Stefano aveva iniziato la ricerca nel 1991, dopo 10 anni d'intensa attività come variabilista, e all'uopo utilizzava un dobsoniano autocostruito da 45 cm col quale teneva sotto controllo un campione di circa 600 galassie; queste venivano controllate 10-15 volte all'anno nel corso di 35 o 40 notti e per la maggior parte durante i weekend o il periodo estivo di ferie.
La mia decisione di entrare in campo era finalmente maturata a seguito di una storica visita di Robert Evans a casa di Stefano nel settembre del 1992. Evans, nella foto qui a fianco indicato col circoletto rosso, era stato il pioniere in questo tipo di ricerca: sicuramente avvantaggiato dal fatto di dimorare in una località buia situata nel continente australiano, era riuscito a mettere a punto oltre 30 scoperte, rigorosamente effettuate con metodi visuali.
Nei primi anni '90 non era però facile come oggi reperire immagini di confronto per iniziare una ricerca di questo tipo. È vero che già da diverso tempo si trovavano in commercio le carte del Thompson, o il manuale dell' Alvarez progettati allo scopo; tuttavia il materiale non era poi così cospicuo, senza contare che una gran percentuale delle carte del Thompson, molto dettagliate e che riportavano le magnitudini stellari di confronto, si riferiva a galassie situate a declinazioni negative che limitavano fortemente l'annuale finestra osservativa. Stefano, però, non si era dato per vinto. Armato di grande perseveranza si era recato più volte all'osservatorio di Pino Torinese dove aveva potuto fotografare le lastre del Palomar; dopodichè le proiettava su fogli di carta dove pazientemente ricalcava a mano, una per una, tutte le stelle visibili, compresi i noduli brillanti che di sovente si trovano sui bracci spirale, riportando nel contempo le principali isofote galattiche. Ne erano così risultate delle immagini curiose (che avevo scherzosamente ribattezzato "amebe", o "parameci"), ma che nondimeno una volta controllate sul campo — incombenza che mi ero assunto personalmente — si erano rivelate assai utili come mezzo di confronto. Di fatto, le nostre due scoperte sono avvenute utilizzando queste cartine.
Quando avevo deciso di iniziare l'attività, mi ero proposto di esaminare un campione di galassie che rispondesse a tre requisiti:
 
—   un Modulo di Distanza (DM) non superiore a 33;
—   una declinazione non inferiore ai 45 gradi;
—   una magnitudo assoluta non superiore alla -18.
 

Il frontespizio del bollettino edito dal
gruppo Zwicky con l'immagine della
supernova in NGC 3021
Il primo requisito era di tipo tecnico: le supernovae di tipo I (le più brillanti) raggiungono una magnitudo assoluta media di -18; d'altra parte, con un 40 centimetri utilizzato attorno ai 250 / 300 ingrandimenti è difficile scorgere, in prossimità del nucleo galattico, ove la luminosità è ovviamente maggiore, stelle di magnitudo superiore alla 15-esima. Siccome il DM è definito come la differenza tra le magnitudini apparente e assoluta, facendo +15 - (-18) si ottiene appunto 33.
Il secondo era invece un criterio di tipo probabilistico: gli oggetti a declinazione superiore ai 45° (circumpolari alla latitudine di Milano) sono osservabili per la maggior parte dell'anno e questo poteva aumentare la chance di una scoperta. Naturalmente mi spingevo sovente anche più a sud, ma di rado, comunque, al di sotto dei 20 o 25 gradi.
Anche il terzo requisito era dettato da criteri statistici: se una galassia come Via Lattea, di magnitudo assoluta -20.5, ha mediamente 200 miliardi di stelle, è evidente che una di -16 ne ha circa 60 volte di meno e pertanto la probabilità che una si accenda in una supernova si riduce significativamente. Non avrebbe avuto quindi molto senso, ai fini di una possibilità concreta di successo, tenere sotto controllo tante galassie nane — oltretutto difficili da trovare visualmente — per avere la stessa probabilità di scoperta controllandone una sola! Ci sono state ovviamente eccezioni a questo riguardo, come ad esempio nel caso della 1937c esplosa nella galassia nana IC 4182 (Canes Venatici), o in quello, molto più recente, di 1987A nella Grande Nube di Magellano, una delle piccole galassie satelliti della nostra, la cui stella ospite, nel maggio di quell'anno, aveva raggiunto addirittura la magnitudo 2.1, rendendosi ben visibile a occhio nudo; ma si è trattato, appunto, di casi particolari che non potevano essere contemplati nella stesura di un valido programma di ricerca.
Il campione scelto con questi criteri non era in verità particolarmente nutrito: il numero di galassie che tenevo sotto controllo sistematico arrivava forse a 500, contro le 2000 circa di Evans (!), ma osservandole di frequente mi ero impratichito sia del loro aspetto visuale, sia delle conformazioni stellari presenti. Questo è molto importante quando si ha a che fare con oggetti tipo IC 342 in Camelopardalis o NGC 6946 al confine tra Cefeo e Cigno. Le prime volte che controllavo queste galassie mi sentivo prendere dallo sconforto: dovevo verificare una per una le decine di stelline di campo presenti nell'oculare; mi ci voleva moltissimo tempo, se si considera che il mio dobsoniano, come del resto la maggior parte di questi telescopi, è totalmente privo di moto orario, per cui bisogna continuamente correggere il puntamento e a quasi 300 ingrandimenti non era certo comodo! Col tempo, però, avevo imparato a suddividere le numerose stelline in vari asterismi che potevano quindi essere più facilmente memorizzati, con gran risparmio di tempo. Ricordo che durante una gelida notte invernale al Passo S. Marco, il principale avamposto mio e di Stefano durante la ricerca, ero riuscito a controllare 317 galassie. Mi sembravano davvero tante, prima d'aver saputo che il reverendo Evans, in una notte, ne aveva osservate il doppio!
Per ottimizzare il lavoro di squadra io e Stefano avevamo deciso di suddividerci le galassie in programma; essendo oramai abbastanza pratico delle circumpolari lasciavo a Stefano tutto ciò che stava sotto i 40-45 gradi di declinazione. Questo significava che a partire dall'inverno toccava a lui immergersi nell'immenso caos del grande ammasso della Coma-Virgo! Ogni tanto, ovviamente, ci sbirciavo anch'io, anche perché quando si controllavano stelline al limite della visibilità erano tanti i falsi allarmi in cui si incorreva; un doppio controllo era quindi fondamentale. Ma appena potevo ritornavo sul terreno che più mi era familiare. Il risultato di ciò è dimostrato dal fatto che la prima supernova ufficialmente scoperta, la 1995 al, esplosa in NGC 3021 situata nel Leo Minor era stata di fatto avvistata da Stefano, mentre la seconda, la 1996 bk, apparsa in NGC 5308 nell'Orsa Maggiore, da me.
Ci sia consentito, a questo punto, fare una breve digressione: al di là di una ricerca mirata allo scopo, quando avremo la possibilità di osservare una bella supernova brillante nella nostra galassia?
Com'è noto, l'ultimo evento di cui si ha notizia è quello del 1604: si è trattato della supernova apparsa in Ofiuco e osservata da Galileo; si stima, tuttavia, che le supernovae di Tipo II, quelle prodotte dalle massicce stelle azzurre che popolano i bracci spirale e alle quali appartenevano sia quella del 1604, sia quella precedente del 1572 osservata da Tycho Brahe, dovrebbero apparire con una frequenza di una ogni 30 o 50 anni (contro una ogni 300 anni per quelle di Tipo I). Anche considerando il limite superiore avremmo dovuto comunque aspettarci circa 8 supernovae negli ultimi 400 anni! Dove sono finite?
Potrà sembrare paradossale, ma è molto più facile individuare un evento in una galassia esterna che non a casa propria. Il motivo è semplice: le supernovae di Tipo II, per quanto sopra accennato, esplodono nel piano galattico, dove è ubicato anche il nostro punto di osservazione; e nel disco galattico non sono presenti solo stelle, ma bensì anche immense nubi di gas e polveri che possono produrre un effetto oscurante non indifferente, come si può facilmente constatare osservando in una limpida notte estiva la biforcazione della Via Lattea tra il Cigno e il Sagittario. Insomma, è un po' come se un grande fuoco, rigorosamente mantenuto entro pochi metri d'altezza, venisse acceso in un quartiere alla periferia ovest di Milano; chi si trova a est della città quasi certamente non potrebbe scorgerlo a causa della frapposizione di case, alberi o veicoli. Se uno, però, avesse la fortuna di sorvolare la città in aereo lo vedrebbe immediatamente, seppur magari molto attenuato... Ci sentiamo di affermare, con tutta franchezza, che le nostre due scoperte non sono state opera del caso, come talora accade. Se date un'occhiata al numero di osservazioni effettuate tra il '92 (l'anno in cui sono subentrato anch'io) e il '96 noterete che abbiamo probabilmente superato il numero di 28000! Non sono poche. Ci si potrebbe allora domandare come mai non siamo andati oltre le due scoperte. In effetti abbiamo avuto più di una volta l'occasione di avvistare altre supernovae, ma purtroppo non siamo arrivati per primi. Quando i comuni mortali, nel corso della settimana, devono recarsi al lavoro per campare, le sortite in montagna non possono susseguirsi a ritmo serrato; altri astrofili, altrettanto agguerriti e sparsi per il globo, i quali hanno avuto la fortuna di trovarsi sul campo al momento dell'evento ne avevano giustamente approfittato. Oppure la scoperta era stata effettuata con una camera digitale, nel qual caso era in grado di catturare la stella esplodente durante la sua fase di ascesa. Un esempio è costituito da NGC 2441 (SN 1995e), una galassia circumpolare che controllavo regolarmente nella quale l'astrofilo bellunese Alessandro Gabrijelcic aveva scoperto, il 20 febbraio 1995, una supernova di magnitudo 15.6, evidentemente al di sotto della soglia dei nostri strumenti, in merito alle condizioni di visibilità per quella notte (1). Quando io e Stefano l'abbiamo osservata alcuni giorni dopo, attorno alla 15-esima, era ormai troppo tardi! Del resto anche l'anno prima si era verificato un episodio analogo nella super gettonata M51: una supernova relativamente brillante purtroppo perduta per sole 20 ore.
Poi ci sono le scalogne vere e proprie, come nel caso della SN 1996ai scoperta da Claudio Bottari il 16 giugno di quell'anno in NGC 5005. Ricordo che il giorno prima — era un sabato — mi trovavo con degli amici al campo diGiovà Est (situato al confine delle tre province di Pavia, Piacenza e Alessandria) e avevo in programma quella galassia; tuttavia, a causa della forte umidità che dava un aspetto "vellutato" al cielo, avevo deciso di smettere le osservazioni 5 o 6 oggetti prima di arrivare sul bersaglio. Peccato! Forse sarei riuscito a scorgerla un giorno prima (o forse la trasparenza non me l'avrebbe consentito: a questo punto chi può dirlo?).
Alla luce di tutte questo è però inevitabile che scaturiscano un paio di domande:

1) È valsa la pena passare ore e ore sul campo, spesso all'addiaccio, effettuando per anni decine di migliaia di osservazioni per portare a casa due scoperte?
2) C'è ancora spazio, al giorno d'oggi, per la ricerca visuale di supernovae o è da considerarsi un'attività da relegare nei lavori pionieristici che ha ormai fatto il suo tempo?

La risposta alla prima domanda è senza dubbio positiva (e sono convinto che lo è anche per Stefano). Si è trattato in fondo di compiere osservazioni visuali un po' particolari e che solo secondariamente erano mirate alla scoperta vera e propria di una eventuale supernova. Per noi era importante in primis l'osservazione delle galassie e quando si tornava a casa dopo una notte serena d'intenso lavoro ci sentivamo comunque appagati. Inoltre, più di una volta la comunicazione di un'osservazione negativa è servita per stabilire un ante quem relativo a una scoperta effettuata da un altro, magari con metodi digitali. In altri termini, poter affermare che Pesci e Mazza avevano osservato la tale galassia in un certo giorno e che non c'era alcunché di sospetto sino alla magnitudo 15, poteva costituire un dato importante ai fini di una stima abbastanza precisa di quando era apparsa la supernova: spesso, infatti, l'evento viene registrato già in pieno corso. Per quanto riguarda la seconda domanda è invece più difficile e imbarazzante dare una risposta. Sono infatti una realtà già da diversi anni i programmi automatizzati di ricerca che fanno concorrenza anche a chi effettua l'attività col CCD. Uno dei più famosi è il KAIT (Katzman Automatic Imaging Telescope) da 76 cm. situato all'Osservatorio di Lick, ma anche in Italia c'è quello da 50 cm operativo al Col Druscié (vedi: CROSS — Col Druscié Remote Observatory Supernovae Search) e gestito dagli astrofili di Cortina. Basta pertanto dare un'occhiata all'elenco delle ultime supernovae pubblicato nell'archivio del sito seguente per renderci conto che, se eccettuiamo l'ennesima scoperta (la sua 46-esima, per la precisione, effettuata con un dobson di appena 30 cm!) ad opera dell'instancabile Evans il 4 agosto 2005 nella galassia NGC 1559 situata nel Reticulum, la stragrande maggioranza delle supernove vengono colte quando sono ancora di luminosità talmente bassa che sarebbe necessario un dobsoniano di almeno un metro per far concorrenza a un CCD! Mostri del genere si trovano già (seppur raramente) in possesso di alcune fortunate associazione di astrofili americani, ma una cosa è certa: non occorre, a nostro avviso, una scoperta ufficiale per sentirsi veramente appagati; quelle due passate che hanno visti protagonisti me e Stefano sono sempre state da noi considerate un po' come il proverbiale cacio sui maccheroni: dà senza dubbio un ottimo sapore alla pietanza, ma se mancano i maccheroni l'appetito rimane. L'astronomia coltivata a livello amatoriale deve dunque restare un divertimento e mai divenire un'ossessione. Sarebbe la fine di questo bellissimo hobby!

 
(1) — Spesso io e Stefano effettuavamo un test per sondare la bontà del cielo basato sull'osservazione di alcune stelline di confronto riportate in NGC 6946. Se riuscivamo a vedere la stellina di 16.3—nel link indicata dalla freccia—significava che, al di là della trasparenza, il seeing era molto buono. Ma un conto è vedere una stellina lontana dal bulge galattico già sapendo che si trova lì; un altro è scoprirla! Ecco perché non era stato possibile vedere in tempo una supernova di 15.6, oltre tutto abbastanza vicina al nucleo (vedi)
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• Circolare # 6255 relativa alla scoperta di 1995AL (in NGC 3021)
• Circolare # 6491 relativa alla scoperta di 1996BK (in NGC 5308)
• Il nostro comunicato sulla 1995al
• Comunicato di Stefano sulla 1996bk
• Spettrogramma della 1995al (K. Ayani del Bisei Observatory — Giappone).
• Spettrogramma Tridimensionale della 1995al.
• Spettrogramma della 1996bk
• Curva di Luce della 1996bk realizzata da Pedro Re.
 
 
• RECENSIONI:
  – Il Corriere
  – Il Giorno
  – La Repubblica
  – Altra recensione
• Riconoscimento dell'AAVSO
• Le Targhe dell'AAVSO (174 Kb)
• Il telegramma di Vittorio Zanotta
 

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