Betelgeuse
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Disco di Betelgeuse ricostruito al calcolatore in una
storica immagine dell'Osservatorio di Cerro Tololo
Betelgeuse, come la maggior parte delle stelle brillanti, ha un'etimologia araba, ma deriva da un'errata interpretazione dell'originale risalente al tardo medioevo; in arabo, infatti, la stella veniva denominata, oltre che menkíb al-jauzah, la "spalla del gigante", anche yad al-jauzah, cioè "la mano del gigante"; tuttavia il termine sembra anche richiamarsi alla radice semitica beth che significa "casa", nel qual caso il nome significherebbe semplicemente "la casa del gigante"; tutto ciò non deve sorprendere poiché la costellazione di Orione era appunto chiamata dagli Arabi «il gigante».
Si tratta senza dubbio di una coincidenza (gli antichi non potevano evidentemente saperlo), ma Betelgeuse è veramente una gigante nel senso più appropriato del termine: una bolla rarefattissima distante 425 anni luce, 18000 volte più brillante del Sole e che si trovasse al posto della nostra stella arriverebbe quasi a lambire l'orbita di Giove! Fu John Herschel a scoprire nel 1836 la variabilità di questa stella; la sua luminosità apparente oscilla infatti tra la 0,4 (al massimo) all'1,3 durante il minimo. Ma né l'ampiezza delle variazioni luminose, né il periodo con cui si susseguono i massimi ed i minimi sono costanti, per cui Betelgeuse viene usualmente classificata come variabile irregolare o semiregolare. Questa è una caratteristica di molte stelle che, giunte alla fine della loro evoluzione, passano attraverso la fase di gigante rossa, quando la forte espansione degli strati più esterni, con conseguente raffreddamento superficiale, provoca fenomeni d'instabilità nella struttura dell'astro; a questa è sovente associata una variazione delle dimensioni stesse della stella, da cui la variabilità che ne deriva.

L'immagine di Betelgeuse ripresa dall'HST
Grazie alle sue proporzioni gigantesche, si è potuta verificare direttamente la teoria evolutiva di Betelgeuse, determinandone il raggio con un interferometro già a partire dal 1920 ad opera di Michelson e Pease; il valore trovato, pari a 0''.047, era sorprendentemente piccolo in termini assoluti: è infatti l'arco sotteso da una moneta di un euro alla distanza di oltre 100 chilometri! Ciononostante, in termini relativi, non è poco se pensiamo che la maggior parte delle stelle che vediamo in cielo sottendono archi dell'ordine del millesimo di secondo, conferendo loro un aspetto puntiforme anche nei telescopi più potenti. I metodi interferometrici proposti dai pionieri sono stati successivamente affinati e nel 1974 sono sfociati in una tecnica complessa conosciuta come speckle interferometry (interferometria a macchie); senza entrare in dettagli che esulano dal compito di questa paginetta, diciamo solo che la tecnica prevede la ripresa di un numero elevatissimo di immagini della stella con pose brevissime (onde congelare la turbolenza atmosferica) e la loro successiva rielaborazione tramite un computer in modo da ricostruirne il disco. Le misurazioni dirette del diametro di Betelgeuse, tenuto conto della distanza di 425 anni luce, hanno così fornito un valore di oltre un miliardo di chilometri, molto vicino a quello dedotto coi sistemi indiretti tradizionali basati sulla relazione fra distanza, indice di colore e luminosità.

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Da Nuovo Orione, "Stelle e Profondo Cielo" (Febbraio 2005)

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