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Perseidi 2018 

(dal sito "astronomiamo.it")
Ad agosto torna il consueto e suggestivo appuntamento con uno degli sciami storici più famosi, dal momento che le prime registrazioni del fenomeno risalgono al 36 d.C. ad opera dei Cinesi. Sebbene la pioggia sia già attiva, il picco dell'attività è previsto nella notte tra il 12 e il 13 del mese, con uno ZHR previsto di circa 100/120. A parte eventuali fastidiosi passaggi nuvolosi, sarà una notte veramente buia, in quanto il novilunio cadrà proprio l'11 agosto. Queste stelle cadenti vengono comunemente indicate come "Lacrime di San Lorenzo" perché nel XIX secolo il massimo della loro frequenza avveniva il 10 agosto, giorno in cui viene ricordato il santo (martirizzato nel 258); ma in quasi 2000 anni, per effetto della precessione degli equinozi, il massimo è traslato in avanti di circa due giorni. Per osservarle basterà guardare verso NE in direzione, appunto, della costellazione di Perseo. La cartina pubblicata mostra la posizione del radiante da cui sembrano dipartirsi le meteore.
Le Perseidi sono i residui della disintegrazione della cometa Swift-Tuttle, scoperta nel 1862 dai due astronomi che le hanno dato il nome, e che transita vicino al Sole ogni 133 anni: l'ultimo passaggio al perielio è avvenuto nel 1992 e per il prossimo occorrerà aspettare sino al 2126. A stabilire una connessione tra la cometa e le stelle cadenti d'agosto fu un astronomo italiano: Giovanni Virgilio Schiaparelli (più noto per le sue dettagliate osservazioni di Marte), nel 1866. Pur nella ricorrenza del fenomeno, non tutte le ... annate sono uguali, tant'è che il numero di meteore effettivamente visibili conosce sensibili fluttuazioni: le piogge più intense sono quelle prossime al ritorno della cometa, che rifornisce la propria traiettoria di polvere fresca. Queste minute particelle di polvere, usualmente inferiori al millimetro, disseminate lungo l'orbita della cometa entrano nell'atmosfera alla velocità di quasi 60 km/sec e vaporizzandosi all'instante per attrito assumono la caratteristica colorazione verdastra (almeno le più brillanti).

Quartetto di Ammassi Aperti 
Il termine "Via Lattea" risale agli antichi Romani e le leggende su cosa si tratta e cosa rappresenta si sprecano. Noi moderni sappiamo da cos'è da almeno un paio di secoli, ma spesso non ci accontentiamo di contemplare i numerosi ammassi e nebulose che racchiude. Dai tempi di W. Herschel, che a mio modesto parere rimane il maggior astronomo di tutti i tempi, vogliamo anche sapere come è strutturata in senso tridimensionale e quindi conoscere la distanza effettiva, sia da Terra, sia reciproca dei numerosi ammassi galattici che la punteggiano.
Un quartetto di ammassi aperti situati in Cassiopea sembra un buon posto per capire questo. Ad esempio dalla stella δ spostiamoci di 1° verso NE: qui si trova M103, l'ultimo oggetto del catalogo originale di Messier. Proseguendo poi per ancora 1.5° nella stessa direzione si arriva a NGC 663. NGC 654 è situato 1° scarso a NNW di NGC 663, mentre il quarto componente, NGC 659, si trova a poco più di mezzo grado SSW sempre da NGC 663.
NGC 663 è il più brillante, nonché il più facile da individuare; in un 10×50 appare granulato con stelle di 8ª e 9ª grandezza situate alla soglia della risoluzione. Risolvere gli altri tre rappresenta un po' una sfida, più che altro a causa del ricco background stellare nel quale sono immersi. Al binocolo appaiono solo come noduli luminosi leggermente più densi nella fascia galattica.
Non deve comunque sorprendere che questi ammassi siano difficili da risolvere coi normali binocoli tenuti a mano. La distanza media degli ammassi di Messier è attorno ai 3000 anni luce, ma questi 4 oggetti in Casiopea sono situati tra 6300 e 8200 anni luce nel Braccio di Perseo della Via Lattea. NGC 663 non è più vicino degli altri; appare più brillante perché è il più esteso, dal momento che ha un diametro di 30 anni luce, contro i 10 anni luce circa degli altri tre. Tutti e 4 sono come pietre miliari lungo la "via del latte": una piccola porzione della struttura della Via Lattea che si è resa visibile ...

I pianeti posso realmente foggiare il nostro destino 
Come sarà quasi certamente capitato a ogni astrofilo, anch'io ho dovuto sperimentare più di una volta la seccatura di essere definito "astrologo". E pazientemente cerco sempre di spiegare che l'astronomia è lo studio dell'Universo, mentre l'astrologia è la pretesa che questo Universo abbia il controllo della nostra vita. Limitandoci al caso del Sistema Solare sappiamo che in realtà non c'è alcun motivo per cui la posizione dei pianeti alla nostra nascita debba influenzare il corso della nostra esistenza. Tuttavia — e questo non ha nulla a che vedere con l'astrologia — pare assodato che il moto dei pianeti abbia fortemente influenzato la storia dell'uomo.
Per parecchi milioni di anni i cambiamenti climatici in Africa hanno ripetutamente foggiato l'evoluzione umana; queste variazioni climatiche, dovute all'influenza non solo della Luna, ma anche dei pianeti giganti Giove e Saturno, sono legate a complesse serie di oscillazioni ritmiche, sia dell'orbita terrestre, sia della rotazione terrestre attorno al proprio asse. Alcuni aspetti importanti e innovativi dell'evoluzione come la postura eretta, l'utilizzo del fuoco (siamo gli unici viventi riusciti a produrre e addomesticare il fuoco per una molteplicità di scopi) e l'aumento di dimensioni del cervello rispetto agli altri primati sembrano legati a rapide alterazioni climatiche occorse in un lontano passato. Grazie a queste si sono potute sviluppare la scienza e la tecnologia che hanno permesso all'uomo di scoprire la sua lunga storia.
Oggi, ironia della sorte, è proprio la tecnologia sviluppatasi grazie ai cambiamenti climatici a minacciare la nostra esistenza: difficile quantizzare in quale misura (variazioni climatiche avvengono comunque e indipendentemente dall'attività umana); ma sicuramente non stiamo "aiutando" la natura a proteggerci al meglio. È ovvio che se l'astrologia non può certo darci una mano, l'astronomia può invece farlo. Allargando l'ambito delle nostre conoscenze e sfruttando l'immensa capacità di adattamento dell'uomo, è possibile puntare sull'esplorazione planetaria per meglio capire il nostro clima ed essere quindi in grado di reagire in modo efficace alle sfide si presentano oggi e forse ancora più in futuro.

Scoperta una piccola luna della Terra 

(© Sky & Telescope)
Ne è passato di tempo da quando, poco più di 60 anni fa, l'astronomo polacco Kazimierz Kordylewski (1903-1981) affermava di aver individuato delle minuscole lune addensate in ammassi localizzati nei punti L4 ed L5 dell'orbita terrestre!. Le "Nubi di Kordylewski", come sono ancora comunemente chiamate, sono sempre state controverse, in quanto da allora pochissimi sono riusciti a individuare queste formazioni fantasma; tra l'altro, la sonda giapponese Hiten, lanciata 24 gennaio 1990, è passata attraverso i punti di librazione per rilevare eventuali particelle intrappolate, ma non ha rilevato alcun incremento del livello delle polveri rispetto alla densità dello spazio circostante.
Ad ogni modo, il 27 aprile 2016 gli astronomi avevano annunciato la scoperta di 2016 HO3, un asteroide con dimensioni di una 40-ina di metri che si comporterebbe come un satellite della Terra. Scoperto dal telescopio Pan-STARRS 1 situato ad Haleakala (Hawaii), l'asteroide, di 24-esima grandezza, pare sia collocato su un'orbita relativamente stabile; sebbene abbia eluso le ricerche sino alla data sopra indicata, è altamente probabile che l'oggetto sia stato catturato dalla Terra da almeno un secolo e rimarrà suo compagno per i secoli a venire.
Non si deve tuttavia pensare a una vera e propria luna, come quelle ipotizzate da Kordylewski. L'orbita di 2016 HO3, leggermente inclinata rispetto al piano dell'eclittica, è infatti molto bislacca e nell'arco di 6 mesi porta l'oggetto alternativamente a 38 e 100 volte la distanza Terra-Luna. Ma per rendersi conto in concreto di ciò che avviene si veda l'animazione cliccando al → link seguente.

Un piccolo asteroide 

© Alex Parker
Un piccolo corpo provvisoriamente denominato 2014 MU69, scoperto dallo HST circa un anno fa sarà la nuova destinazione della navetta New Horizons. L'oggetto, di magnitudo 25.6, si trova a poco più di 43 UA (circa 6 miliardi e mezzo di km) dal Sole e supponendo una riflettività pari al 20% dovrebbe avere un diametro inferiore ai 50 km.
Lo scopo per cui la New Horizons si sta dirigendo verso questo piccolo asteroide è soltanto dettato dalla sua posizione e si prevede che la sonda lo possa raggiungere a capodanno del 2019 dopo quattro correzioni di rotta.
Pare tutto quasi scontato, ma la ricerca di un corpo transplutoniano aveva intensamente occupato gli astronomi negli ultimi anni; tuttavia, prima della scoperta dello HST, nulla era ancora emerso. Malgrado le ridotte dimensioni, gli scienziati della New Horizons sembrano eccitati all'idea di studiare il 2014 MU69, poiché rappresenta un tassello in più nella comprensione della formazione della cintura di Kuiper. Per ora sappiamo solo che si muove su un'orbita pressoché circolare (eccentricità = 0.05) inclinata di 2 gradi e mezzo sull'eclittica; ciò fa si che la sua orbita non è stata probabilmente perturbata da quando il Sistema Solare si è formato circa 4 miliardi e mezzo di anni fa e che l'oggetto quasi sicuramente si trova dove si è formato. Dobbiamo solo sperare che le attuali ottime condizioni fisiche della New Horizons si mantengano tali al momento del rendezvous.

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