Nebulose Fotografiche
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NGC 7822 (foto di Stefano Pesci)
Con questo termine un po' improprio mi sono permesso di definire quelle nebulose usualmente ritenute "impossibili" da osservare visualmente, ma che, nondimeno, offrono risultati spesso spettacolari in fotografie a largo campo. A differenza dell'emulsione fotografica, infatti, l'occhio è sensibile solo alla luce che riceve in un istante e non permette quindi un'esposizione lunga su un soggetto a bassa luminosità.
Ma quando un oggetto è virtualmente impossibile da osservare?
Deve verificarsi la concomitanza di due fattori: la luminanza superficiale e l'estensione angolare. La prima, detta anche luminosità specifica è la luminosità per primo d'arco quadrato dell'oggetto; più questa è bassa, più l'oggetto fa fatica a staccarsi dal fondo cielo e più critica ne diviene l'osservazione. In questi casi se il fondo non è scuro, anche aumentando l'apertura del telescopio non si risolve gran che, in quanto se da un lato aumenta la luminosità apparente dell'oggetto, aumenta però anche quella del background, col risultato che il debole gradiente di luce rimarrebbe pressoché invariato. Usando il linguaggio informatico potremmo dire che non migliorerebbe il rapporto segnale/rumore. D'altra parte, e qui interviene il secondo fattore, se il soggetto è molto esteso angolarmente, l'impiego di telescopi sempre più grandi non sortirebbe alcun effetto. Vediamo di chiarire un po' meglio la cosa.
Supponiamo di tentare l'osservazione di NGC 7822, un complesso che racchiude anche la nebulosa denominata Sh2-171, situata in Cefeo. Le dimensioni totali di questa nebulosa sono di un paio di gradi, per cui dovremmo disporre di un campo visivo di almeno 3 gradi: infatti, più un oggetto è superficialmente debole e più ha bisogno di essere contenuto in un campo vasto per poter essere scorto; gli oculari U.W.A. (Ultra Wide Angle) hanno un campo apparente di circa 80 gradi, per cui se ne vogliamo uno effettivo di 3 non dobbiamo spingerci oltre i 26x o 27x (ossia 80 : 3); diciamo che, in cifra tonda, è necessario restare entro i 30x. Ma un ingrandimento del genere si può impiegare al massimo con un 20 cm. Se si utilizzasse un 40 cm. con una potenza così bassa otterremmo, infatti, un cerchio oculare (pupilla d'uscita) di 14 mm. che l'occhio non riuscirebbe assolutamente a sfruttare. Ricordiamo che il cerchio oculare si ottiene dividendo il Ø dello strumento in millimetri per l'ingrandimento. Dal momento che la pupilla dell'occhio si comporta come un diaframma naturale che, nelle condizioni più favorevoli, si apre mediamente di 7 mm. — un valore che purtroppo decresce con l'età — è evidente che nelle prospettate condizioni di cui sopra essa intercetterebbe una cospicua porzione della luce senza utilizzarla. In altri termini, il nostro 40 cm. funzionerebbe come un 20! E uno strumento di appena 20 cm. con ogni probabilità non è adeguato per un oggetto così debole.

l'Anello di Barnard (foto Varemberg)
Spesso, ma non sempre, su nebulose di questo tipo funzionano bene i filtri interferenziali a banda passante stretta centrati sulle righe H β dell'idrogeno e O III dell'ossigeno due volte ionizzato. Devo ammettere di aver tentato l'esperimento più volte col Comet Tracker, uno strumento da 15 cm. a cortissima focale (F/3.6) che con un grandangolare da 24.5 mi dava giusto 3 gradi: tutto inutile! Perché, allora, il filtro H-Beta funziona abbastanza bene sulla Testa di Cavallo, notoriamente al limite della visibilità? Perché essendo molto piccola contrasta maggiormente sul fondo cielo debolmente chiaro dovuto alla IC 434 sulla quale si staglia, e inoltre, proprio per le ridotte dimensioni angolari, consente l'impiego di aperture molto grandi senza timore di dover mantenere gli ingrandimenti al di sotto di un certo limite per non ridurre il campo.
Un altro soggetto, fra i più famosi, che usualmente confino nel limbo degli impossibili, è l'Anello di Barnard (Sh2-276), una nebulosa situata in Orione che si sviluppa da nord a sud per quasi 7°. Questa potrebbe, teoricamente, essere vista solo in un binocolo a grande campo, se non fosse per il fatto che ha una luminosità specifica inferiore alla IC 434, la nebulosa su cui si staglia la Testa di Cavallo. Ma c'è forse qualcuno che è riuscito a scorgere la Testa di Cavallo in un 10x50 grandangolare? Ne dubito.
Sempre con molto scetticismo avevo accolto, molti anni or sono, l'osservazione di un americano che affermava d'aver visto la Conus Nebula con un telescopio da 25 cm. In questo caso, infatti, bisogna stare molto attenti, perché la conformazione stellare nei pressi di questa nebulosa può trarre in inganno; anch'io avevo creduto d'averla intravista una decina d'anni fa, durante una notte limpidissima in una località del Monte Bondone, sopra Trento; allora utilizzavo un DS-10 (25 cm.) e, per l'occasione, il magico H-Beta, un filtro LPR a banda passante strettissima; me la figuravo più piccola, ma sembrava ben evidente. Quando però il giorno dopo ho controllato un'immagine fotografica e l'ho confrontata con uno schizzo effettuato al momento, mi sono reso conto che in realtà non avevo visto un bel niente! Ero deluso, ma mi sono dovuto arrendere all'evidenza. Ma la partita non s'era comunque chiusa perché in tempi relativamente recenti sono effettivamente riuscito a osservarla, seppure molto debolmente, nel mio dobsoniano da 24" a 210x nel corso di una serata con trasparenza molto buona (l'uso di filtri UHC o H β non miglioravano la visione, anzi scurivano sin troppo il fondo cielo). Tra l'altro, la nebulosa che fa da sfondo alla Conus fa parte di un complesso estremamente più vasto che sono una fotografia profonda è in grado di mostrare (vedi).

La Conus in un'elaborazione dal DSS)
Certo che quando vediamo un'immagine come quella qui a sinistra accettiamo di malavoglia il fatto che il nostro occhio sia cieco a una tale dovizia di sfumature colorate; d'altra è doveroso ricordare che il genere umano è stato concepito per svolgere una vita diurna e non notturna. Sotto questo aspetto noi astrofili andiamo un po'...contro natura.
In condizioni critiche sono poi le debolissime nebulose a riflessione, per le quali i filtri interferenziali non solo non sono di alcun aiuto, ma peggiorano sensibilmente la visione; è un fatto comprensibile, in quanto se una nebulosa non presenta un'emissione a righe — che possono essere facilmente selezionate — ma continua su gran parte dello spettro, se un filtro abbatte il fondo cielo abbatterà inevitabilmente anche la luminanza dell'oggetto. Un esempio tipico di queste nebulose "invisibili" è la Witch Nebula (IC 2118, situata in Eridano subito a ovest di Rigel), molto estesa da nord a sud. La forte dominanza azzurra dell'oggetto potrebbe essere sfruttata, in una notte molto buia, con un filtro DeepSky che possiede una banda passante molto ampia; dal momento che il grosso delle radiazioni inquinanti sono prevalentemente concentrate tra i 6200Å e i 5400Å, nonché nell'estrema parte violetta dello spettro (righe del mercurio), la parte più intensa della nebulosa forse non soffrirebbe più di tanto; in altri termini, col deepsky la Witch Head Nebula verrebbe attenuata in misura minore rispetto al fondo cielo e un abile visualista potrebbe sfruttare questa minuscola differenza per tentare di coglierla in uno strumento a grande campo; qualcuno afferma infatti di esservi riuscito. Buona fortuna!
A questo punto, però, sia chiaro che non voglio essere tacciato di apoditticità: se accaniti visualisti, di gran lunga più esperti di me, fossero riusciti in imprese come queste sarei felice di saperlo, perché mi sentirei a mia volta spronato a ritentare gli esperimenti. Dopo tutto il bello dell'osservazione visuale, come ho accennato nell'Introduzione, è soprattutto questo!
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