Grazie, Ipazia
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In un sito web principalmente dedicato all'osservazione visuale non trovo fuori luogo accennare a questa grande donna vissuta alle soglie del Medioevo e con la quale avrei potuto condividere sia la mia passione, sia una certa linea di pensiero. Quando scruto col telescopio nella profondità del cielo stellato, cercando di cogliere gli evanescenti bagliori di deboli galassie lontane, spesso appena percettibili, vengo colto da una forma di viva reverenza per tutto ciò che questo rappresenta e per come piccolo mi fa sentire rispetto alla vastità del cosmo; ma tale sensazione è ad ogni modo avulsa da ogni forma di misticismo, né tanto meno imparentata con quella congerie di sciocche credenze popolari che va genericamente sotto il nome di astrologia.
È noto che quando si osservano gli oggetti celesti è come se si compisse idealmente un viaggio indietro nel tempo: ad esempio, i fotoni emessi da un ammasso stellare distante 2000 anni luce ci trasmettono un'informazione partita 2000 anni fa e di conseguenza noi vediamo l'oggetto come appariva in questo lontano passato. Sappiamo che i viaggi reali a ritroso nel tempo, a dispetto di un certo tipo fiorente di letteratura, sono pure fantasticherie: non è che siano preclusi a motivo di una tecnologia non ancora avanzata, ma sono di fatto scientificamente impossibili. Sognare è comunque lecito, addirittura naturale direi, purché prima o poi ci svegliamo con la consapevolezza di avere i nostri piedi saldamente ancorati al suolo. Ebbene, se mi fosse possibile intraprendere un viaggio nel passato e mi venisse chiesto con quali personaggi famosi vissuti negli ultimi 2000 anni desiderassi incontrarmi, forse il primo in ordine cronologico sarebbe proprio lei, Ipazia. È per me un dovere quasi morale ricordarla nel mio sito, se non altro perché dopo l'ipocrita riabilitazione di Galileo da parte di un precedente pontefice, mai un'apologia è stata pronunciata in favore di questa grande scienziata, vilmente oltraggiata e ignobilmente sacrificata sull'altare della nuova religione di stato da un miserabile branco di scellerati al servizio del lieder spirituale della città.
Sconosciuta, purtroppo, alla maggior parte dei non addetti ai lavori, oltre che una valente matematica e filosofa, seguace del neoplatonismo che ha visto in Eudosso di Cnido uno dei maggiori esponenti, Ipazia è stata anche un'astronoma di grande talento, che sapeva contemplare la bellezza del cielo notturno — che a quel tempo era veramente buio! — e sentiva il desiderio di trasmettere le proprie emozioni ai suoi allievi, senza però mai farsi avvinghiare dai tentacoli della mistica, nemico numero uno di ogni forma di razionalismo. Sotto alcuni aspetti potrebbe essere considerata un precursore di quel movimento illuminista che sarebbe nato in Inghilterra oltre un millennio più tardi, ma le cui idee erano già germinate nella Roma antica col motto «sapere aude» ("abbi il coraggio di conoscere") di Orazio. Avendo attivamente caldeggiato la rinascita del platonismo, dal punto di vista filosofico era forse più gnostica che agnostica (del resto non sarebbe nemmeno corretto definire agnostico lo stesso Voltaire, ma piuttosto deista). Se dunque aveva una sua fede, sicuramente la viveva in maniera del tutto personale e anticonformista. Le sue profonde convinzioni l'avevano inevitabilmente portata a diventare una fiera avversaria del cristianesimo, una funesta superstizione, definita come tale da Tacito negli Annales (1), che essendosi impersonata in uno spietato atteggiamento oppressivo a opera soprattutto delle frange più oltranziste, stava oramai corrodendo come un tumore lo splendore del mondo greco-romano; i prodromi avevano cominciato a manifestarsi in seguito all'editto di Tessalonica, emanato nel 380 dagli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II (quest'ultimo, all'epoca, era un mocciosetto di appena 9 anni); l'editto, tuttavia, non stabiliva alcuna direttiva specifica in materia di religione; l'imput vero e proprio allo scempio venne dato coi successivi Decreti Teodosiani (2) (anni 391 e 392) promulgati ancora dallo stesso Teodosio, ma questa volta sotto l'egida austera di sant'Ambrogio dal quale si era recato penitente un paio d'anni prima per aver fatto massacrare migliaia di cristiani "dissenzienti" a Tessalonica.
Alessandria, l'importante città ellenistica dove avevano studiato e insegnato uomini illustri, come Eratostene, Archimede, Euclide e Tolomeo, era allora spiritualmente retta prima dal vescovo Teofilo e poi dal suo successore, nonché beneamato nipote Cirillo; erano individui abbietti e dispotici, forse anche meschinamente invidiosi della autorevolezza di Ipazia e che tutto potevano definirsi fuorché nobili rappresentanti di quella presunta dottrina improntata alla pace e alla fratellanza propugnata dal suo fondatore appena tre secoli e mezzo prima.
Ipazia (Hypatia, in greco) nacque ad Alessandria attorno al 360 e qui morì nel marzo del 415. Nulla si sa della madre, che gli storici suppongono fosse defunta quando la ragazza era ancora adolescente. Il padre, un certo Teone, era lui stesso matematico e astronomo (ebbe la fortuna di osservare l'eclissi di sole nel giugno del 364); ultimo direttore del museo di Alessandria, aveva pubblicato un Commentario all'Almagesto di Tolomeo, ritenuto uno dei lavori migliori in campo astronomico dell'epoca; era pertanto logico che iniziasse la figlia alle scienze esatte, soprattutto la geometria a l'astronomia. Tuttavia, la giovine dovette giocoforza subire anche influenze teosofiche in qualche modo legate alla magia, inevitabili per chi frequentava la scuola neoplatonica di Atene. A quei tempi, però, la cosa non scandalizzava affatto: i confini tra scienza e magia non erano ancora delineati, come non lo erano quelli tra chimica e alchimia o tra astronomia e astrologia. Ma illuminata dalla luce della sua stessa ragione e sostenuta da un'intelligenza certamente fuori dal comune, Ipazia era sempre in grado di distinguere ciò che poteva essere scientificamente accettabile da ciò che era meglio relegare nel mondo delle favole. Purtroppo non vi sono dati sicuri che riguardano la sua intensa attività di scienziata e filosofa, dal momento che non ci sono giunte le sue opere (suppongo anche queste deliberatamente fatte sparire); ci rimangono solo delle citazioni di alcuni lavori di matematica e di astronomia, rinvenuti nel XV secolo, ironia della sorte, proprio nella Biblioteca Vaticana: si tratta di un Commentario alla Aritmetica di Diofanto, un Commentario al Canone astronomico di Tolomeo e un Commentario alle sezioni coniche d'Apollonio.
Ipazia era solita insegnare per le strade di Alessandria e alla sua scuola si sono formati due personaggi in un certo senso contrapposti: uno è stato il grammatico e poeta Pallada, suo grande ammiratore, che le aveva dedicato un sincero e simpatico epigramma; l'altro fu l'ambiguo Sinesio di Cirene, storicamente ritenuto il suo discepolo più illustre il quale, evidentemente in seguito a una folgorazione avuta sulla via di una ipotetica Damasco Alessandrina, divenne poi un fervente cristiano e quindi un potenziale nemico della scienziata, nonostante le molte lettere indirizzate a lei, anche dopo la conversione, e conservate in un Epistolario. Ma vorrei fosse ben chiaro che l'atteggiamento anticristiano di Ipazia non era ascrivibile a una forma di gratuita spavalderia o a una mera presa di posizione fine a se stessa: costei, come già precedentemente accennato, vedeva nel cristianesimo il fulcro di un fanatismo sfociato in atti di assurda e ingiustificata violenza, poiché Teofilo, ergendosi a paladino degli esecrabili Decreti Teodosiani, aveva iniziato l'opera sistematica di distruzione di templi e sculture pagani, immensi tesori che costituivano il patrimonio della civiltà greco-orientale; non soltanto la monumentale biblioteca d'Alessandria, il più importante polo culturale dell'antichità, venne data alle fiamme, ma lo stesso Serapeo, dove Ipazia si recava in gioventù e nel quale, in età adulta, aveva tenuto importanti lezioni, venne devastato assieme all'annessa piccola biblioteca, spogliato di tutti gli abominevoli simboli pagani e infine trasformato in un tempio cristiano.
Divenuto vescovo di Tolemaide e impigliatosi nelle maglie fatali della sua stessa religione, Sinesio si trovò nella triste condizione di tradire le sua «veneratissima maestra», come egli stesso la definiva, facendosi, seppur indirettamente, complice del suo martirio che sarebbe avvenuto dopo pochi anni. A nulla valse l'amicizia che la legava al prefetto Oreste, col quale aveva frequenti incontri, verosimilmente su questioni politiche; come nelle parole mestamente pronunciate da Filippo II nel Don Carlos di Verdi «Dunque il trono piegar dovrà sempre all'altare», Oreste dovette cedere alla volontà superiore di coloro che ad ogni costo erano determinati a sopprimerla; la povera Ipazia, colta di sprovvista durante un pacifico ritorno a casa a bordo di un carro, venne aggredita, trascinata a forza in una chiesa e qui barbaramente linciata dai parabolani, i famigerati membri della confraternita dedita agli appestati che, a quanto pare, erano talvolta insigniti di nobili mansioni; il suo corpo fu letteralmente fatto a pezzi, scarnificato per mezzo di cocci aguzzi di terracotta e infine bruciato per cancellarne ogni traccia. A gloria di Dio.
Ipazia non è stata solo una grande scienziata e filosofa, ma altresì un inventrice. Dobbiamo infatti a lei l'invenzione dell'astrolabio, uno strumento ancora oggi indispensabile per i neofiti che imparano a orientarsi nel cielo notturno; quello di allora, fatto per la prima volta costruire da Sinesio, era costituito da due dischi di argento, con riportate delle incisioni, che ruotavano l'uno sull'altro (oggi si fanno in carta plastificata e costano pochi euro). Un'altra delle sue invenzioni è stata l'idroscopio, un «tubo cilindrico avente la forma e la misura di un flauto» utilizzato per misurare il peso dei liquidi (al giorno d'oggi il termine designa un tubo stagno nel quale è inserito un sistema di lenti impiegato per esplorare il fondo marino); e ancora alla sua geniale intuizione di deve l'invenzione dell'aerometro, uno strumento per misurare la densità dei liquidi.

Un astrolabio d'argento dell'XI secolo simile
a quello fatto costruito da Sinesio di Cirene
Quando si ha a che fare con personaggi che hanno dato lustro alla storia, viene a volte naturale chiedersi come potevano essere fisicamente. Ovviamente, nel caso di Ipazia, così come della stragrande maggioranza di nomi insigni del passato, non possiamo saperlo. Di lei ci sono comunque alcuni ritratti, il più celebre dei quali è senza dubbio quello riportato nella famosissima "Scuola di Atene" di Raffaello, un immenso onore che le è stato giustamente tributato se pensiamo che è l'unica donna a esservi raffigurata! Tra l'altro è anche l'unico personaggio che guarda verso gli astanti, a differenza degli altri che sembrano tutti, chi più chi meno, impegnati in diatribe filosofiche. Abbastanza noto è pure il ritratto del pittore Charles W. Mitchell (1885), nel quale Ipazia appare denudata, ultimo atto di un turpe spregio perpetrato dai perfidi parabolani poco prima del suo brutale assassinio nel tempio. Più realistica, considerati i suoi natali, è probabilmente l'immagine uscita dal pennello di un anonimo pittore copto di Fayyun (figura qui sopra).
Personalmente me la immagino di statura media, 1.60 o poco più, di corporatura non esile, bruna (forse anche perché a me piacciono le brune!), coi capelli raccolti e la persona sempre curata, occhi scuri e vivaci, sguardo dolcissimo, ma allo stesso tempo fiero e penetrante. Tornando, con la fantasia, al mio viaggio nel lontano passato e immaginando di incontrarla di persona nel Serapeo, dopo averla ascoltata in una conferenza divulgativa sull'astronomia, penso che avrei avuto solo il coraggio di dirle: «Grazie, Ipazia, per ciò che sei veramente stata, unico astro splendente in una notte cupa e tenebrosa; grazie per il coraggio che hai sempre dimostrato e orgogliosamente ostentato come un vessillo; grazie per il valido apporto che hai dato alla scienza; grazie infine per la tua proverbiale saggezza e per il rispetto che hai saputo infondere nel genere umano».

(desidero riportare l'articolo di Silvia Ronchey apparso su La Stampa in occasione della mostra sulla scienziata tenutasi a Rimini da aprile ad agosto 2015: è un pdf di 415 Kb — vedi).

 
NOTE: 
(1) «Origine di questo nome [cristiani] era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa funesta superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso» (Annales, Libro XV:44) — (torna al punto di prima.)

(2) Chi fosse interessato a leggere queste perle di divina saggezza può dare un'occhiata → qui — (torna al punto di prima.)

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