Le "Quattro Stelle" menzionate da Dante
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Dante nel celebre ritratto di Botticelli
I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.

Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poiché privato se' di mirar quelle!


Così recitano le due terzine nella prima cantica del Purgatorio (22-27), sulle quali sono stati versati fiumi d'inchiostro mirati a dirimere un'eterna questione: si tratta di un'allegoria, oppure Dante si rife­riva realmente a un'osservazione astronomica condotta al baluginare del giorno? E in questa seconda ipotesi, cosa sono le quattro stelle menzionate?
Innanzitutto occorre tenere presente che Dante colloca il Purgatorio agli antipodi di Gerusa­lemme, un luogo immaginario situato in pieno oceano Pacifico, poco al di sotto dei -33° di latitudine sud, circa 450 miglia a nord-est dello scoglio di Maria-Theresa (la cui esistenza è a tutt'oggi dubbia), o 430 miglia a sud della esistente isola di Rapa, nella Polinesia francese. Trovandosi quindi ben al disotto dell'equatore è pertanto possibile, nel corso dell'anno, vedere agevolmente tutte le stelle dell'emisfero australe.
Normalmente, quando si parla di quattro stelle osservabili dall'emisfero meridionale, il pensiero corre subito alla Croce del Sud, la più piccola delle 88 costellazioni del cielo sancite dall'Unione Astronomica Internazionale, dal momento che copre un'area di appena 68 gradi quadrati. Questa interpretazione è però fuorviante, anche se presenta un aspetto interessante su cui val la pena spendere alcune parole a titolo introduttivo.
Il primo canto del Purgatorio, com'è noto, si svolge sulla spiaggia ai piedi dell'omonima montagna e secondo i commentatori danteschi, il periodo sarebbe da collocarsi all'alba del 10 aprile (o del 27 marzo) del 1300. Ma esaminiamo la terzina precedente a quelle sopra riportate (19-21):

Lo bel pianeta che d'amar conforta
faceva tutto rider l'oriente,
velando i Pesci ch'erano in sua scorta



Incisione di Doré che mostra l'incontro
di Dante con Catone
Inutile dire che "lo bel pianeta" si riferisce a Venere che, come tutti sanno, è talvolta così brillante (di fatto l'astro più luminoso del cielo notturno, a parte la Luna quando è presente) che sembra metaforicamente offuscare le stelle di una costellazione formata da stelle deboli, come appunto i Pesci. Dopodiché Dante si volge verso destra e vede le quattro stelle che — al momento — supponiamo pure si riferiscano alla Croce del Sud. Questo è tecnicamente possibile, perché alle due date sopra indicate (27 marzo o 10 aprile) prima dell'alba sono realmente visibili i Pesci a est, mentre posando lo sguardo verso destra vedremmo la Croce, anche se bassa sull'orizzonte sud-ovest. Ma c'è un problema. Nel 1300, alle date proposte che si discostano di appena un paio di setti­mane, Venere non era visibile, in quanto situata molto vicina al Sole, nonché dalla parte opposta, per cui sarebbe sorta dopo di esso. Era invece visibile Marte, ma essendo di magnitudo 1.3 non si poteva certo definire di una luminosità tale da oscurare una costellazione, ancorché costituita da stelle relativamente deboli. La cosa funzionerebbe se avanzassimo di alcuni anni. Dalla → figura si evince che se Dan­te avesse immaginato l'osservazione il 10 aprile 1304 (anziché 1300) verso le 6 del mattino avrebbe potuto vedere sia Venere, sia la Croce del Sud.
Tutto questo appare in verità assai poco probabile per ciò che diremo in seguito. Tra l'altro, si noti che nella celebre illustrazione Gustave Doré, la quale ritrae Dante assieme a Catone, nominato poi dal poeta custode del Purgatorio per la sua rinomata rettitudine, la Croce è riportata come un quadrato e non come una losanga, com'è effettivamente, anche se questo può apparire come un dettaglio poco signifi­cante. I problemi sono altri. Procediamo dunque con ordine.

1ª questione
Innanzi tutto, le "quattro stelle" della Croce del Sud sono in realtà cinque, come correttamente raffi­gurate su alcune bandiere nazionali (Australia, Brasile, Samoa); quella della Nuova Zelanda, più sobria, ne riporta effettivamente solo quattro). È vero che la quinta stella — la Espilon — è la più debole (magnitudo 3.6), ma è anche vero che le uniche stelle di prima grandezza, quelle che colpiscono subito l'occhio dell'osservatore, sono soltanto due: α (Acrux) di magnitudo 0.8 e β (Mimosa) di 1.25 (quest'ultima è leggermente variabile); γ, di 1.6, è già considerata di seconda grandezza, mentre la δ, di 2.8, è decisamente di terza.
Da quanto esposto è evidente che non si tratta certo di una costellazione appariscente! Oltre a ciò Dante non specifica la foggia dell'asterismo: in altri termini, accenna genericamente a quattro stelle, ma non dice se sono allineate, se a forma di losanga o disposte irregolarmente. E se rie­saminiamo la figura al link precedente, noteremo che nelle immediate vicinanze della Croce brillano α e β Centauri, entrambe più luminose di Acrux (α Centauri è la terza stella più brillante del cielo dopo Sirio e Canopo). Parlare quindi genericamente di "quattro stelle" non aiuta a identificarle in maniera univo­ca.

2ª questione

Petrus Plancius (1552-1622)

Johannes Hevelius (1611-1687)
All'epoca di Dante la Croce del Sud non esisteva ancora come costellazione a sé stante, in quanto faceva parte del Centauro, che la racchiude da tre lati (solo a sud la Croce confina con la insignifi­cante Musca). Anticamente questa plaga celeste era visibile da Alessandria, il princi­pale centro scientifico-culturale dell'epoca e i Romani designavano queste stelle situate ai piedi del Centauro come il "Trono di Cesare". Lo stesso Tolomeo, nel II secolo, le elenca nell'Almagesto, un trattato che Dante conosceva sicuramente, informato come doveva essere sulle questioni astronomiche.
Il primo a ravvisare una croce latina nella piccola costellazione è stato molto probabilmente il navi­gatore italiano Andrea Corsali, vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo. Successivamente è stata riportata su carte nautiche dall'astronomo, cartografo ed ecclesiastico olandese Petrus Plancius. Del resto, quella di separare una parte di una costellazione esistente per crearne una nuova non è stata solo un'idea del Corsali. Hevelius, il celebre astronomo di Danzica, aveva "manipolato" alcune delle 48 costellazioni di Tolomeo creandone 7 nuove, sopravvissute sino ai giorni nostri e ben conosciute da tutti gli astrofili: Scudo, Cani da caccia, Leoncino, Lince, Sestante, Lucertola e Volpetta (per non parlare delle 14 costellazioni "inutili" introdotte da La Caille nel XVIII secolo al solo scopo di riempire alcuni vuoti lasciati fra le costellazioni più importanti ubicate nell'emisfero meridionale).

3ª questione
Chi era "la prima gente", unica testimone sino a quel momento delle quattro stelle? Vien fatto di pensare che si trattasse dei primi uomini civilizzati apparsi sul nostro Pianeta, vale a dire i Sumeri. Questo popolo, dalle origini misteriose e stanziatisi oltre 6000 anni fa nella piana dell'Eufrate e del Tigri (Mesopotamia) si era presto distinto per le cognizioni astronomiche che ave­va sviluppato.

Ricostruzione di una Ziggurat
Alcuni concetti sumerici sono sopravvissuti pari pari sino ai giorni nostri. Si pensi, ad esempio al sistema sessagesimale impiegato per la misura degli angoli; oppure al concetto di set­timana. Le imponenti ziggurat che costruivano non erano soltanto dei templi deputati al culto delle loro divinità, ma avevano anche la funzione di veri e propri osservatori astronomici. I Sumeri sono stati sicuramente fra i primi a notare con criteri scientifici che in cielo, oltre alle stelle fisse, ve ne erano alcune che col tempo si spostavano (e che i Greci avrebbero chiamato "pianeti", ossia "erranti"). I pianeti noti era­no sette: i cinque pianeti visibili a occhio nudo (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) più la Luna e il Sole, anch'essi considerati come tali in quanto si spostavano rispetto alle stelle fisse. Ogni pianeta era considerato la dimora di un dio che a sua volta proteggeva con la sua invisibile presenza ciascun giorno dell'anno. Ecco perché era stato introdotto un periodo di 7 giorni per regolare la vita comunitaria.

Ricostruzione idealizzata della città di Uruk
Ma attenendoci alla logica della nostra disamina, il riferimento ai Sumeri non regge per un valido motivo. Dante, certamente informato sugli aspetti scientifici del suo tempo, era senz'altro a conoscenza del fenomeno della precessione degli equinozi, il lento movimento a trottola dell'asse terrestre — scoperto ufficialmente da Ipparco nel II secolo a.C — che in 26.000 anni circa descrive un cerchio (che in realtà non si chiude, ma la questione esula dall'attua­le contesto) di ampiezza pari a 67 gradi. Al tempo dei Sumeri la Croce del Sud era ben visibile dalla Mesopotamia quando culminava in meridione (persino da Milano si sarebbe vista!). La → figura mostra la situazione del cielo alla latitudine della città di Uruk (l'attuale Warka in Iraq), una delle più importanti dell'epoca, fondata attorno al 3500 a.C. e situata a +31° di latitudine. Tuttavia, col trascorre dei secoli e dei millenni la piccola costellazione si è gradatamente spostata verso sud, per effetto appunto della precessione equinoziale, tant'è che all'epoca di Tolomeo era a mala pena osservabile ad Alessandria ubicata grosso modo alla stessa latitudine di Uruk. Quindi in Egitto la Croce sarebbe stata visibile millenni dopo l'epoca dei Sumeri e pertanto "la prima gente" non poteva riferirsi a loro.

Naufragio di Ulisse (incisione di G. Doré)
Ma c'è dell'altro. Non occorre essere scienziati per capire che dall'equatore è possibile vedere, nel corso dell'anno, tutte le costellazioni del cielo. Infatti, man mano che ci si sposta verso questa linea diminuisce sempre di più la visibilità delle stelle a noi circumpolari (come l'Orsa Maggiore) e aumenta di conseguenza la porzione di cielo australe osservabile. Quando si è esattamente sull'equatore i poli celesti si trovano all'orizzonte in posizione diametralmente opposta. Nei pressi di questi, le stelle compiono dei semicerchi esatti, sorgendo e tramontando sempre perpendicolar­mente all'orizzonte; non essendovi più stelle circumpolari è evidente che tutte le stelle prima o poi faranno la loro comparsa. Dante lo sapeva bene, tant'è che nel canto XXVI dell'Inferno incontra Ulisse, il quale, attraversate le Colonne d'Ercole, si era avventurato in un mondo allora scono­sciuto facendovi naufragio. L'impavido navigatore pronuncia le seguenti parole:

«Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo»


Il significato è ovvio: scendendo sotto l'equatore il polo nord celeste era sparito sotto la linea dell'orizzonte. Ma Dante era a conoscenza di popolazioni che vivevano nei pressi dell'equatore e che quindi avrebbero potuto vedere la Croce del Sud per gran parte dell'anno? Certamente. Nel suo trattato De Monarchia, composto in una data imprecisata tra il 1312 e il 1321, Dante parla dei Garamanti, una popolazione sub-sahariana di lingua berbera vissuta all'incirca tra il 500 a.C e il 500 d.C. In tal caso l'asterismo sarebbe stato visto continuativamente da quando esiste l'umanità!

4ª questione
Dante definisce l'emisfero Boreale, o comunque l'emisfero celeste visibile dalle latitudini temperate "vedovo" in quanto privo della scintillante bellezza delle quattro stelle incontrate uscendo dall'Infer­no. Ma questo non è vero. Dalle nostre latitudini, che sono poi quelle della città natale del Poeta, sono visibili almeno 8 stelle più brillanti di Acrux, fra cui Sirio (sita nell'emisfero meridionale, ma osservabile anche dall'estremo nord dell'Europa), Arturo, Vega e Capella. Il nostro emisfero non può pertan­to definirsi "vedovo" nell'accezione dantesca del termine.

5ª questione
Nell'VIII cantica del Purgatorio (85-93) Dante parla di altre tre stelle brillanti situate in posizione opposta alla presunta Croce del Sud. Diamo senz'altro la parola all'Autore:

47 Tucanae (© immagine HST)

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.

E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua tutto quanto arde».

Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov'eran quelle».


Queste terzine indicano che Dante avrebbe osservato nei pressi del polo celeste meridionale, dove il moto apparente si fa più lento (dove le stelle son più tarde), nonché in posizione opposta rispetto alla presunta Croce del Sud, tre stelle molto brillanti; ed è ovvio che alla latitudine del Purgatorio, che, come abbiamo visto sopra, è poco inferiore ai -33°, quando queste ultime sono ben visibili alte in cielo, la Croce, essendo in posizione diametralmente opposta, deve per forza apparire bassa sull'orizzonte, se non addirittura al di sotto di esso. Ma in posizione opposta alla Croce c'è il Tucano, una costellazione costituita solo da stelle piutto­sto deboli (la più brillante è solo di 3ª grandezza) e conosciuta, in epoca moderna, solo per il fatto di ospitare due famosi oggetti deepsky osservabili a occhio nudo: la Piccola Nube di Magellano e l'ammasso glubulare 47 Tucanae, peraltro sconosciuti nel mondo occidentale ai tempi di Dante. È dunque evidente che Dante se le è inventate!


Allegoria delle virtù di Raffaello
(Stanza della Segnatura)
A questo punto occorre arrendersi all'evidenza e ritenere i riferimenti astronomici considerati come pure finzioni letterarie. Dante, come accennato, aveva consultato l'Almagesto di Tolomeo e dunque sapeva che quest'opera conteneva un importante catalogo stellare sino alla declinazione di -60°. Tutto ciò che era presente al di sotto di questa apparteneva all'ignoto. E quando ci si spinge in un terri­torio a tutti sconosciuto è facile per un artista letterario, specialmente per un poeta del calibro di Dante, dare sfogo alla più fervida fantasia. In tal caso l'osservazione riportata può essere solo allegorizzata: le quattro stelle starebbero a rappresentare le cosiddette quattro virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), già concettualmente enunciate dagli antichi filosofi, successivamente adombrate da San Paolo nella lettera agli Efesini (3:18) e divenute poi cardini del cattolicesimo. In modo del tutto complementare le "tre facelle" opposte rispetto al polo indicherebbero allora le tre virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), enunciate per la prima volta sempre da Paolo nella I lettera ai Corinzi (13:13). La "prima gente", infine, si riferirebbe ai nostri mitici progenitori Adamo ed Eva, felici e beati nel giardino che Dio aveva piantato in Eden, i quali possedevano queste virtù prima di esserne privati in seguito a uno spuntino criminale consumato di nascosto, contravvenendo alle precise disposizioni del loro Fattore.
 
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